Quella cannonata viola che oscurò il tempio del calcio

Londra. La zazzera del Re Batistuta si gonfia sul palcoscenico del Wembley stadium. Il centravanti viola ha appena realizzato un gol da leggenda. Uno spaccato di Firenze, rintanato nel settore ospiti, esplode di gioia. Dietro la rete dell’Arsenal, i quattromila fiorentini che hanno sfidato le nebbie e i dissevizi degli aeroporti italiani delirano e si abbracciano. Il tempio del calcio è ammutolito. Qualcuno piange per la commozione.
È questa la cronaca del momento estatico di una giornata indimenticabile, destinata ad entrare nell’album dei ricordi della tifoseria viola. L’impresa compiuta da Toldo & compagni riporta alla mente le eroiche gesta della nazionale di Antognoni e di quella – più recente – guidata da Zola. Solo loro erano riusciti sinora ad espugnare Wembley. I fiorentini ne sono consapevoli.
Subito dopo la prodezza di Batigol, nel settore viola spuntano due messaggi inconfondibili. Un enorme fallo gonfiabile e uno striscione “Fuck the Queen” richiamano l’attenzione dell’impeccabile servizio d’ordine inglese. Gli steward si avvicinano. I bobbies rimangono a distanza di sicurezza. Nelle terre di sua maestà la polizia è molto preparata in materia di ordine pubblico negli stadi. Un paio di “please”, qualche “tank you” e tutto ritorna calmo. Niente cariche, manganelli, scudi, caschi e giovanotti in divisa pronti a menar le mani. La ricetta funziona. Nonostante il risultato, supporters dell’Arsenal e della Fiorentina defluiscono insieme, consumano birra e pesci con patate nei pub, assistono alla partita gomito a gomito. Non si verificano tafferugli.
A fine gara, tra le storiche architetture della cattedrale del football echeggiano le note dell’inno viola. Tutti sanno che gli inglesi hanno deciso di abbattere Wembley e costruire un nuovo stadio. Ogni mattone sarà venduto all’asta, come un reliquia. Ma Batistuta ha anticipato le ruspe. Wembley e gli artiglieri dell’Arsenal sono stati già abbattuti dalla cannonata del guerrigliero argentino.
Claudio Dionesalvi
Il Domani, venerdì 29 ottobre 1999

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