Lorenzo Bargellini, il Magnifico della Firenze in basso

Avevo in mente di andare a trovarlo, Lorenzo. Avrei voluto presentargli la mia bambina. L’ultima volta che ci siamo visti, nella sede del movimento fiorentino di lotta per la casa, mi ha chiesto di lei, gli sarebbe piaciuto conoscerla. Anch’io volevo che l’incontrasse per raccontarle di quanto bene mi volesse e quanto affetto io provassi per lui.
Non ho fatto in tempo. La notizia che Lorenzo Bargellini, da un momento all’altro, così d’improvviso, ha cessato di vivere, mi ha stravolto, come sta capitando a migliaia di altri compagni e compagne in tutta Italia.
La Firenze dell’umanesimo ribelle, dei quartieri popolari, quella parte della città che non si piega agli interessi bottegai dei potenti, ha viaggiato sulle gambe e lo sguardo infuocato dell’eterno hapellone. Vibra nelle sue invettive sparate al megafono, tra i migranti e i diseredati incordonati nei cortei per riprendersi un tetto e la dignità, nei bicchieri che t’offriva fra piazza Salvemini e San Pierino.
Riusciva a restituire gravità ai soggetti sociali in centrifuga fluttuazione. Con me che ero poco più d’un ragazzino, fu protettivo e coinvolgente. Forse sarei fuggito da quella città che tanto avevo fantasticato, ma che mi si mostrò fredda in tutto il cinismo dei primi anni novanta, se non lo avessi conosciuto. Rimasi stordito dal suo coraggio una mattina, sulle scale del tribunale di piazza San Firenze. La polizia aveva sgomberato una delle tante case occupate dal movimento, la procura s’era inventata l’ennesimo fascicolo processuale ai danni dei suoi militanti. Riconobbi un riverbero della mitica Firenze medicea e dei suoi rinascimentali protagonisti nelle urla e nello sguardo di Lorenzo, mentre gridava contro i poteri costituiti che perseguitano i deboli pur di non reprimere gli interessi delle lobby dominanti. La digos che tentava di fermarlo, strappargli il megafono, noi a fargli scudo nel parapiglia che ne nacque. Negli anni successivi, quando potei, gli stetti appresso. Mi piaceva il modo allegro e al tempo stesso viscerale con cui incarnava la militanza nelle lotte. Che per lui non sono mai state cicliche, frammentate nel tempo, ma ne hanno permeato l’esistenza tutta fino all’ultimo anelito di vita. Il foglio murale quotidiano di Comunicazione Antagonista, le partite a calcetto insieme, gli attivi politici in via di Mezzo, le serate all’ex Emerson. Ché la politica dal basso, la voglia di capovolgere il presente e riprendersi gli spazi, non ha durata altalenante, non può essere scissa dal sociale. Venne giù in Calabria diverse volte. Trascorremmo un festoso capodanno insieme, con lui e gli altri compagni di Firenze, nel C.S.A. “Gramna”. Partecipava divertito e convinto ai campeggi contro i cacciabombardieri F16 a Crotone. Di lui mi rimangono impressi i fraterni rimproveri, la voce calda, le movenze espressive della chioma, l’ironia gigliata, gli abbracci meridiani. Un vecchio compagno di Firenze, riaffiorando dalle lacrime, m’ha detto: “Ha vissuto come gli è parso”. Virtù rara nel tempo presente, mentre fatichiamo a definire la felicità e a coglierne l’essenza. Lui felice lo era dentro e fuori, sempre, a prescindere.
Non c’è dubbio. Se Firenze nell’ultimo quarto del novecento ha avuto un volto, insieme a Giancarlo Antognoni, è stato quello di Lorenzo Bargellini.
Ciao Lore’, “questo tuo grido farà come vento, che le più alte cime più percuote; e ciò non fa d’onor poco argomento”.
Claudio Dionesalvi
1 Comment
  • laura
    novembre 14, 2017

    Grazie Claudio per questo memento davvero struggente – anche se letto solo ora, e dall’altra parte del mondo – pieno di realtà e passione. Grazie

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