Ciccio c’era prima e ci sarà dopo il coronavirus

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Sui marciapiedi deserti stamattina ho incontrato Ciccio. Allora mi sono convinto che non cambierà nulla; da questa tragedia non usciremo migliorati. Quelli come lui infatti non hanno bisogno di migliorarsi, non devono prendere lezioni dai giorni cupi del coronavirus; loro appartengono già a un’altra dimensione. Quando lo ho incontrato, invece di preoccuparsi della sua attività lavorativa distrutta, Ciccio stava andando a portare la spesa agli anziani del quartiere e agli immunodepressi. I gesti solidali per lui non sono una novità, bensì azioni spontanee, abituali.
Usciremo dall’epidemia, basterà rispettare le norme del buonsenso, che vengono prima dei decreti. Quelli servono soprattutto per disciplinare i de-cretini. Invece rispetto ai comportamenti che assumeremo quando tutto ciò sarà finito, vorrei essere ottimista, ma ho una brutta sensazione e mi pongo tante domande. In passato, le epidemie di peste spinsero le società umane a migliorarsi: l’assistenza medica gratuita, l’interramento delle fogne, le abitazioni intonacate a calce, furono innovazioni dovute alla necessità di prevenire e frenare il contagio.
Accadrà lo stesso anche a noi? Continueremo ordinatamente a metterci in fila davanti agli uffici, come stiamo facendo in questi giorni, oppure riprenderemo a sgomitare, spingere, chiedere a qualche mammasantissima il piacere di farci scavalcare gli altri? Il Pronto Soccorso in queste ore è deserto. Chissà perché. In futuro la smetteremo di intasarlo per un raffreddore imprecando contro medici e infermieri? Nelle scuole si continuerà a effettuare la disinfezione che, pur di risparmiare, da anni i Comuni non eseguivano più, nemmeno dopo averle usate come seggi elettorali? E i figli continueremo a mandarli a scuola sebbene siano malati, pur di sistemarli da qualche parte perché dobbiamo andare a lavorare? La pianteremo una volta per tutte di fare anticamera davanti alle segreterie dei politici proprietari delle cliniche private alla vigilia di ogni tornata elettorale? Manterremo il gusto di leggere un libro e dedicarci ai nostri cari nei momenti di pausa dal tran tran lavoro- social network-movida? Ne dubito.
In questi giorni sento e leggo discorsi da rabbrividire, segni del peggioramento di un’umanità non più abituata a stringersi in una social catena: “La colpa è dei cinesi, che vivono a stretto contatto con gli animali, mangiano cani e topi, diffondono epidemie”. Ed ecco un’altra raffica di domande: la febbre suina, l’AH1N1, non si originò negli allevamenti intensivi di maiali in Messico? E negli anni ottanta furono forse i cinesi a trattare le carni con solventi tossici e a dare farine animali in pasto ai bovini, provocando la “mucca pazza”?  L’epidemia di Mers, pare dovuta al salto di un virus da cammello a uomo, è scoppiata in Cina? Nel ‘900 fu solo la cattiveria a spingere gli americani a imporre la quarantena su Ellis Island agli italiani migranti? Qualcuno è mai entrato in una macelleria del centro Italia per ammirare le vulve delle vacche? Per rimanere in tema di cibi a base di interiora animali, vi è mai capitato di assistere alla preparazione di lampredotto, turcinieddi, murseddu, stigghiola e mazzacorde? Ah già, ma “i cinesi mangiano i cani”. E noi non mangiamo i cavalli?
Le risposte a queste domande sono imbarazzanti. Meglio tacere, facile prendersela con le abitudini alimentari di popoli distanti. Il fatto è che tanto lontani non lo sono più, ed è così da diversi secoli. Gli scambi commerciali hanno sempre alimentato epidemie. E di questi scambi l’umanità non può fare a meno. Potrebbe provare a regolamentarli, ma il sistema capitalista non lo permette. Una ventina d’anni fa, quando la globalizzazione si manifestò in tutta la sua pervasiva inarrestabilità, milioni di persone chiesero di stabilire almeno delle regole sui flussi di denaro, proposero di abolire i brevetti sui farmaci, accogliere i disperati provenienti dal sud del mondo. Alle istanze di quei movimenti, le multinazionali, il WTO, la banca mondiale, i grandi della Terra, risposero con pallottole, galere e processi alle idee. Il mondo continuò a girare lasciando circolare merci, capitali, informazioni, bloccando però gli esseri umani provenienti da Africa e America latina. Così è andata anche qualche mese fa: mentre tutti erano impegnati a dare la caccia ai cinesi e qualcuno si preoccupava di chiudere i porti del Mediterraneo, l’epidemia è penetrata qui dalla Germania e si è propagata nell’operoso nord Italia. Gli unici due cinesi infetti entrati in Italia, sono turisti e non hanno contagiato nessuno.
Paradossi? Ne stiamo vivendo tanti, in questi giorni. Ci siamo sempre lamentati che la Calabria è isolata, priva di infrastrutture, e forse adesso proprio questo isolamento ci salverà, a meno che nei prossimi giorni il controesodo dal nord non sortisca gli effetti nefasti che tutti temiamo. Due mesi fa invocavamo il ritorno dei nostri corregionali emigrati per studio e lavoro, ma adesso li stiamo implorando di restare dove sono. Il travisamento è vietato dalla legge, ma ormai circoliamo tutti travisati.
Dunque sbaglia chi ritiene che da quest’incubo emergeremo migliorati. Usciremo dall’epidemia, non dal sistema che la alimenta. Il virus si nutre delle nostre relazioni, come le multinazionali proprietarie dei social network. Azzerando le relazioni, staccando la spina come stiamo facendo in questi giorni, si arresterà il contagio, speriamo per sempre. Toccherà poi agli scienziati trovare vaccino e terapia. Per il resto, tutto resterà come prima: gli idioti cresceranno in idiozia. E Ciccio continuerà a dar da bere agli assetati e da mangiare agli affamati.
Claudio Dionesalvi
NB
Una lacrima per i “dannati della Terra”, i detenuti, che in queste ore stanno soffrendo più di chiunque altro.
E un abbraccio di gratitudine ai cervelli rimasti qui. Sono formidabili. Teniamoceli stretti. Sono i nostri medici, gli infermieri, gli OSS sottopagati, che con pochi strumenti stanno combattendo una guerra titanica. Impariamo a rispettarli. Almeno questo!

1 Comment
  • arturo
    marzo 16, 2020

    “Negli uni la peste aveva radicato un profondo scetticismo, di cui non potevano liberarsi; la speranza non aveva più presa su di loro. Quando ormai il tempo della peste era trascorso, continuavano a vivere secondo le sue norme, erano in ritardo sugli avvenimenti. Negli altri, invece, e si reclutavano specialmente tra quelli che fino ad allora erano vissuti separati dalle persone che amavano, dopo il lungo periodo di clausura e di scoramento, il vento della speranza, levandosi, aveva acceso una febbre e un’impazienza che toglievano ogni padronanza di se stessi. Una sorta di panico li prendeva al pensiero che forse, così vicini alla meta, potevano morire, che non avrebbero riveduto la persona amata e non sarebbero stati compensati delle lunghe sofferenze. Allora, mentre per mesi, con oscura tenacia, nonostante la prigione e l’esilio, avevano perseverato nell’attesa, la prima speranza bastò a distruggere quello che la paura e la disperazione non avevano potuto intaccare: si precipitarono come pazzi per oltrepassare la peste, incapaci di seguire la sua andatura sino all’ultimo momento.”

    Albert Camus, da: “La peste” – 1947

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