Le parole nel cassetto

“Irrequieto vivevo, chiedevo a chi più mi ascoltava”, è uno dei versi più intensi ed esemplificativi della stagione che vivemmo. Viaggiavamo allegri e scomposti su marciapiedi slabbrati. Ci porgevamo spezzoni di vite convulse da un versante all’altro della strada. Amavamo definirci fratelli nella nebbia. Leggevamo Jim Morrison, ascoltando lettere orali scritte sulle gradinate della curva sud. Componevamo mosaici viventi, nell’atto di gustare l’umana bellezza. Ricercavamo modificazioni di coscienza, c’infilavamo in treni a percorrenza infinita.
Ogni tanto, incrociandoci, condividevamo poesie, dolori, rabbia, brandelli d’utopia.
Raffaele e io siamo diventati amici nell’ultimo quarto del secolo scorso. E lo siamo rimasti nel tempo, senza perdere il gusto della risata e di sognare insieme, narrarci sofferenze e attese. Non è facile restare amici così a lungo. L’amicizia richiede cura, oltre che affinità e complicità. Siamo andati avanti così, persino quando ci disperdemmo nei rivoli di vite complicate. Abbiamo continuato a scambiarci testi, racconti, desideri, progettando gioiose astronavi per invadere il presente. In una delle tante giornate vissute sullo stesso lembo di terra, 25 anni fa, Raffaele mi diede una cartellina con le sue poesie più recenti. “Cla’, dimmi se ti piacciono”. Le gustai e mi piacquero tanto. Scivolarono negli scaffali disordinati della mia stanzetta, tra fanzine, giornali, atti giudiziari, faldoni della digos che in quegli anni visitava spesso la mia abitazione per notificare denunce e perquisire. Tanto tempo è trascorso. Di quei fogli persi le tracce.
Poi un paio d’anni fa c’è stato il lockdown e tanti di noi hanno sentito il bisogno d’impegnare le giornate di clausura forzosa rimettendo in ordine carte, scartoffie, fotografie, pensieri. Così la cartellina con le poesie è saltata fuori. Sapevo che Raffaele aveva smarrito da tempo quelle pagine. Inconfondibili i caratteri della macchina da scrivere. Ho trascorso giornate a rileggerle, meditando sui lampi espressivi di stati d’animo universali che esse custodiscono. Se la poesia è una forma di sensibilità fuori dall’ordinario, una capacità di coniare accostamenti nuovi, questi versi riflettono un’epoca, oltre che i sentimenti di una persona. Sono messaggi lanciati a distanza nello spazio-tempo. Parole custodite nel cassetto riprendono vita. Come la nostra amicizia mai sopita dal fluire delle stagioni.
Claudio Dionesalvi
(prefazione a “Il quadro che avevo perduto” – Coessenza 2022)

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