L’intervista

Ricordate l’operazione No Global, che nel novembre di due anni fa portò all’arresto di una ventina di militanti del movimento ad opera della Procura di Cosenza, “grazie” al dossier-paccottiglia allestito dai Ros? Ebbene a dicembre comincerà il processo per 13 degli arrestati, e tutti imputati di reati ideologici. Un attacco gravissimo alla libertà di espressione e di manifestare dissenso. È per questo che abbiamo voluto sentire uno degli imputati che gentilmente ha risposto alle nostre domande. Si tratta di Claudio Dionesalvi, trentatreenne cosentino, insegnante di lettere alle scuole medie, pubblicista (collabora, tra le altre cose, con il settimanale Carta), ultrà del Cosenza, video-maker… insomma un ragazzo impegnato. Peccato che per la Procura di Cosenza sia (insieme ad altri 12) un pericolosissimo sovversivo…
Claudio, insieme ad altri dodici compagni, ai primi di Dicembre dovrai affrontare un processo che, sinceramente, nel 2004 e in uno Stato che si reputa democratico, non avremmo mai pensato di dover vedere. Puoi ricordare brevemente per quali “gravi atti” sarai processato?
Non è facile ricordare tutti i capi d’accusa. Io e gli altri dodici compagni, ogni volta che dobbiamo menzionare i reati che ci vengono contestati, prendiamo fiato e li declamiamo lentamente, come un rosario. Poi, di solito ci sciogliamo in una fragorosa risata. Secondo il Pm Fiordalisi, noi saremmo la cupola che ha organizzato il ciclo di lotte 2000-2001 in Italia. Quindi, nostra sarebbe la responsabilità della morte di Carlo Giuliani e inoltre esisterebbero indizi di una imprecisata interlocuzione con l’organizzazione che ha firmato gli omicidi Biagi e D’Antona. Insomma, considerando che nelle sue requisitorie davanti ai giudici del riesame e dell’udienza preliminare, il Pm non ha mancato di tirare in ballo anche i G.a.p. di Feltrinelli e il delitto Moro, adesso all’appello mancano solo la lotta partigiana, il brigantaggio, la rivolta di Spartaco e, perché no, anche l’omicidio di Giulio Cesare.
Scherzi a parte, le accuse sono di associazione sovversiva, cospirazione politica, associazione a delinquere, propaganda sovversiva, resistenza a pubblici ufficiali, turbativa violenta del possesso di beni immobili, attentato agli organi costituzionali, porto di oggetti atti ad offendere, tentata violenza privata, istigazione a disubbidire alle leggi dello Stato… per uno di noi hanno anche ipotizzato la cessione di stupefacenti. Testualmente all’inizio dell’ordinanza c’è scritto così: “Attentare agli organi costituzionali al fine di turbare l’esecuzione delle funzioni del governo italiano durante il G8 di Genova, effettuare propaganda sovversiva, cospirazione politica, sovvertire la globalizzazione economica, l’ordinamento del mercato del lavoro e caratterizzare, progressivamente, l’associazione per diventare una vastissima associazione sovversiva composta da “ventimila persone”. Tutto qui.
Dalla mobilitazione nazionale seguente agli arresti dell’Operazione No Global svoltasi nel novembre di due anni fa, molta acqua è passata sotto i ponti. E forse anche il movimento non è stato attento nel seguire tale vicenda. Cosa ne pensi?
No, non sono d’accordo. Al contrario, credo che se noi siamo liberi, lo dobbiamo solo al movimento e alla città di Cosenza, che con quella maestosa rivolta delle coscienze, costrinsero i giudici a fare dietrofront. È vero, però, che tante cose sono cambiate. Intanto, la nuova Inquisizione ha attaccato il movimento in tutte le sue componenti, producendo arresti e azioni repressive in ogni città. E poi c’è il problema della guerra permanente, che all’epoca degli arresti non era ancora scoppiata. Di fronte a questo evento così totalizzante e mostruoso, tutti siamo arrestati, ci sentiamo più piccoli, nella difficoltà di trovare strumenti adatti a fermare il conflitto dichiarato da Bush II e dai suoi lacchè. In ogni caso, nel valutare serenamente la risposta che il movimento ha dato all’iniziativa del Ros dei Carabinieri e della procura di Cosenza, non possiamo confondere le mobilitazione mediatica, con quella delle sensibilità umane e politiche, che in fondo non sono mai mancate. Non è vero che negli ultimi due anni non è successo nulla. Tanto per fare qualche esempio, a Catanzaro c’è un gruppo di compagni che ha messo in piedi iniziative molto concrete in nostro favore. A Roma, nel luglio scorso, è nato un osservatorio parlamentare sul diritto al dissenso. Seguirà con attenzione il processo di Cosenza. Più volte siano stati felici di accogliere gli inviti a parlare pubblicamente dell’intera vicenda, che compagni di numerosi centri della nostra provincia e di altre città ci hanno rivolto. Certo, se ripensiamo alle magiche giornate che portarono alla scarcerazione di tutte e tutti, ci assale la nostalgia. Ma bisogna, comunque, considerare la differenza d’impatto emotivo. Nel 2002 ci avevano arrestato e tradotto nelle carceri speciali. Adesso si tratta “solo” di affrontare un processo. Non possiamo pretendere che tutti i compagni debbano necessariamente reagire con la medesima indignazione. Di processi politici, purtroppo, è piena la storia dell’Italia repubblicana. Spero solo che se malauguratamente le cose non dovessero andare come tutti ci aspettiamo, il movimento, di fronte ad una nuova tragica ed eventuale nostra carcerazione, reagisca con la stessa forza del novembre 2002. Noi perderemmo la libertà, ma tutti gli altri la possibilità di pensare ed agire liberamente.
Nel novembre del 2002 davvero, come scrivi nel tuo bel libro Mammagialla (Rubbettino, pp. 96 euro 6,50) Cosenza era diventata una Zona Temporaneamente Occupata, anche grazie all’apporto di decine di migliaia di manifestanti, venuti da ogni parte del paese (e anche da Milano in gran numero). Sarà previsto un bis di quella meravigliosa manifestazione (definita “Sole e Popolo” da Wu Ming, in maniera icastica e poetica, nel suo internet)?
Proprio mentre ti scrivo, le mie compagne ed i miei compagni stanno lavorando ad un’assemblea che si terrà a Cosenza, in preparazione di una nuova manifestazione. Non so se avrà le stesse caratteristiche del 23 novembre. Dipenderà molto dalla nostra capacità di far capire quanto sia simbolico ed epocale questo processo, tenendo sempre presente che noi nella vita dobbiamo fare altro, piuttosto che pensare sempre ai guai giudiziari. Con tanti compagni, per esempio, stiamo provando a rilanciare il conflitto su tematiche di non poco conto: lo sviluppo della città, la qualità della vita, la precarietà del vivere e del lavoro. Mi sembra questo il modo migliore di affrontare il processo “No Global”. Del ruolo di perseguitato politico, o martire, non saprei proprio che cavolo farmene.
Ma la mobilitazione non può certo fermarsi alla pure necessaria manifestazione di un giorno. Concretamente, anche chi come la gran parte dei lettori di questo giornale abita a oltre mille chilometri da Cosenza, come può dimostrare a voi “pericolosi sovversivi” solidarietà?
Seminando dissenso, iniziativa politica, conflitto, partecipazione nei luoghi in cui vivono. Provando a creare reti sociale nei quartieri, capaci di trasformare anche piccole porzioni di realtà. Se alcuni apparati dello Stato, con gli arresti del novembre 2002, hanno dimostrato di avere paura della nostra capacità di parlare nuovi linguaggi e movimentarci insieme a settori apparentemente dormienti della società, vuol dire che da lì dobbiamo ripartire, senza mai avere la presunzione di possedere la ricetta per la risoluzione di tutti i problemi che affliggono il mondo. Se poi vorrete essere presenti ad una nuova manifestazione di massa a Cosenza, noi ve ne saremo grati, e la nostra città vi accoglierà. Potete starne certi.
Ci ripromettiamo di seguire con attenzione le sorti del processo. Convinti che davvero una risata li seppellirà. Cosa vuoi dire, per concludere, ai lettori dell’Urlo?
Vi voglio bene… e “a rasa rasa”.
Mirko Altimari
L’Urlo, novembre 2005

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