“Prof, il mio compagno di banco, Antonio, è ricchione”.
“Giova’, ti ho detto che questa parola non la voglio sentire; è un termine offensivo e orribile, come quando chiami qualcuno mongolo o negro o puttana”.
“E come si dice, prof?”
“Non si dice e basta!”.
“Ma al mio compagno piacciono i maschi”.
“Questo lo dici tu. E comunque se anche fosse vero, non ci sarebbe nulla di male. Ho tanti amici e amiche omosessuali. Non hanno le antenne e la pelle verde. Ti assicuro che stanno bene”.
“Prof, omosessuale significa che a un uomo gli piace il sesso?”
“No, omo significa lo stesso, uguale. Vuol dire che una persona è attratta da persone del suo stesso sesso, cioè dello stesso genere”.
“Prof, e come fanno? Perché loro sono così?”
“Giova’, questa domanda non devi porla a me. Se vuoi chiarimenti sull’omosessualità, chiedi alla collega di Scienze e parlane a casa con i tuoi. Io insegno Italiano, quindi posso spiegarti il significato delle parole. E siccome sono pure un educatore, dovrei convincerti a non usare termini offensivi verso altre persone”.
Accade spesso che in una classe di scuola media si svolgano dialoghi come questo. Non ci sarebbe bisogno di leggi e divieti: l’insegnante esperto già sa che su certi argomenti deve rispondere alle domande dei propri alunni e alunne in modo attento e garbato, senza turbare le loro coscienze. E di tutto ciò che poco si conosce, meglio non parlare proprio.
Qualche giorno fa, durante una lezione di mitologia ed epica, ho chiesto a un ragazzo di cercare sulla LIM un’immagine di Efesto. Forse sul motore di ricerca ha scritto male il nome del Dio del fuoco. Mentre gli davo le spalle e guardavo il resto della classe, ho sentito che mormorava: “Ah, ma qui c’è scritto che questo è il fidanzato di Alessandro Magno!”
Per sbaglio, aveva trovato un’immagine di Efestione.
“Prof, ma allora Alessandro Magno era…”
Per effetto della nuova normativa approvata alla Camera, se vorrò fornire una risposta al mio alunno, dovrò mandare una comunicazione preventiva alle famiglie, con richiesta formale di consenso: “Cari genitori, dovrei rivelare a vostro figlio che secondo alcune fonti, pare che Alessandro Magno fosse bisessuale. Posso?”.
Non basterà più consegnare una programmazione a inizio anno scolastico e nemmeno tenere informate le famiglie sugli argomenti trattati, in tempo reale, come già facciamo da almeno una decina d’anni, essendo obbligati a riportare tutte le attività sul registro elettronico. Eh no, la legge prevede che bisogna chiedere prima il permesso.
Rischieremo di doverlo fare pure trattando argomenti come la fuitina di Pasifae col toro, il quinto canto della Divina Commedia, il dilagare dell’HIV in Africa. E meno male che quasi nessuno di noi in classe legge e spiega certe novelle del Decameron. Perché forse chi scrive le leggi non lo sa, ma i ragazzi e le ragazze, quando studiano alcuni argomenti di letteratura, arte, filosofia, storia, scienze e attualità, poi fanno domande.
In 25 anni di insegnamento, mi è capitato davvero di tutto. Ho trovato alunne in preda al panico, nei corridoi, con i jeans macchiati di sangue, perché nessuno a casa le aveva preparate al primo ciclo mestruale e l’apparato riproduttivo non si studia prima della terza media. Diverse volte alunni maschi mi hanno chiesto come si usa il profilattico. Sempre mi sono rifugiato in un perentorio: “Non posso rispondere. Non sono abilitato. Comunque è utile, previene dei guai. Da grande ti potrà servire. Parlane a casa”.
“Ma io mi imbarazzo, prof”.
Anch’io da ragazzino mi vergognavo a porre certe domande ai miei familiari, sebbene avessi una mamma di sinistra e un fratello di un altro pianeta. E così cercavo risposte tra i coetanei, formati da una bibliografia esplosiva. Noi della generazione X, quando da adolescenti volevamo scoprire il sesso, ci nutrivamo di videocassette e riviste porno, dove trovavi di tutto, persino amplessi tra esseri umani e bestie. Altro che Pasifae!
Non che oggi sia cambiato qualcosa. Millennial e Zoomer hanno solo un accesso più facile alla pornografia: in tasca, a portata di mano. Navigano nel phOnanismo. A loro come a noi, oltre alla libido, li spinge il FOMO, la paura di essere esclusi. Noi ci fingevamo maggiorenni entrando nei cinema porno; imboscavamo fumetti e videocassette. Oggi duellano col parental control. Rimane da capire quanto sia formativo tutto ciò per la futura vita sessuale degli adolescenti di sempre. Quanti mostri possano scatenare e quanto pesino certi vuoti di senso su affettività e relazioni. Non rischia l’ignavia una scuola con la museruola?
Nulla di nuovo, quindi. Nell’Istruzione restituita alla sua patriottica sacralità – in cui però si scrive e legge sempre di meno, si studiano poco i classici e la storia, si subordina l’apprendimento delle scienze alla macchina del profitto – per evitare seccature, tanti docenti preferiranno astenersi dal trattare certi argomenti pruriginosi. Tutt’al più, qualche insegnante di scienze continuerà a spiegare com’è fatto l’apparato riproduttivo. Non l’educazione all’affettività, dunque, ma alla riproduzione! E la presente classe politica potrà continuare a riprodursi indisturbata.
Claudio Dionesalvi






Leave a Reply