Intervista a Luca Addante, professore ordinario di Storia moderna all’Università di Torino
“Se a fuss stà par nuàltar (se fosse stato per noialtri – Ndr), uno come Borghese non era ancora in giro nel ’70”, dice il partigiano protagonista del romanzo “Gli uomini pesce” di Wu Ming 1.
55 anni fa, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, l’Italia fu turbata da uno degli episodi più oscuri della seconda metà del ’900. Insieme ad altri neofascisti e con la complicità di apparati istituzionali, l’ex comandante della X Flottiglia MAS, Junio Valerio Borghese, con un colpo di Stato tentò di prendere il potere e cancellare la costituzione. L’episodio avvenne in uno dei contesti storici più turbolenti della storia repubblicana.
Il ’68 e l’autunno caldo del 1969 avevano messo in crisi i rapporti di forza e gli equilibri di potere nelle fabbriche e nel resto della società. Il 12 dicembre 1969 la strage neofascista di Piazza Fontana a Milano aveva instaurato nel Paese un clima di paura. A maggio del ’70 fu approvato lo statuto dei lavoratori, ad inizio dicembre la legge sul divorzio. A giugno si tennero le prime elezioni regionali i cui risultati consentirono la formazione di giunte Psi-Pci; a luglio scoppiò a Reggio Calabria la rivolta dei “Boia chi molla”.

Luca Addante è professore ordinario di Storia moderna all’Università di Torino ed è membro dell’Institut d’histoire moderne et contemporaine di Parigi. Autore di numerose pubblicazioni, con editori come Einaudi e Laterza, sta lavorando a un libro che ricostruisce minuziosamente i fatti del 7-8 dicembre ’70 ed il loro contesto. Gli abbiamo chiesto di anticiparcene alcuni risultati.

Cosa accadde in sostanza in quella notte? Si trattò di un “tentato golpe” inscenato da qualche rimbambito nostalgico del macabro ventennio? O fu davvero un colpo di Stato?
“Nell’Italia repubblicana solo un colpo di Stato entrò nella fase operativa: il golpe Borghese. Tuttavia, per altri snodi della strategia della tensione, magistrati, giornalisti di inchiesta e storici hanno reso il quadro sempre più chiaro, con svolte come le indagini del giudice Guido Salvini ed il processo ai mandanti della strage di Bologna. Mentre sul golpe Borghese siamo fermi a un’assoluzione vergognosa, a memorialistica da prender con le pinze ed a ricostruzioni che forniscono tessere ma non l’intero puzzle, che è molto complesso. Così, l’immagine prevalente è quella trasmessa dalle sentenze assolutorie e dal film di Monicelli “Vogliamo i colonnelli”: una buffonata di quattro-cinque sessantenni. In realtà, il comandante Borghese era un uomo di riconosciuto carisma, con notevoli capacità organizzative e militari. Fu fermato, ma il tentativo ci fu e si rivelò estremamente serio. Nella notte dell’Immacolata un commando entrò nel Ministero degli Interni. Colonne dell’esercito convergevano a Milano. I golpisti stavano per penetrare nella Rai e nel Ministero della Difesa. Si sfiorò l’arresto del presidente della Repubblica e l’omicidio del capo della Polizia. Dal Veneto al Piemonte, dalla Liguria alla Toscana, dall’Umbria alla Calabria ed altrove c’erano nuclei sia in marcia su Roma sia pronti ad entrare in azione localmente. Arrestando politici e sindacalisti, e nominando prefetti i capi provinciali del Fronte nazionale di Borghese. Il Fronte e Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie (pur se lui quella notte era latitante a Barcellona) erano l’ossatura. Ma c’erano altri gruppi di destra, vertici e membri dei Servizi segreti e delle Forze Armate, spezzoni di ’Ndrangheta e Mafia, la P2. Con a vegliare parte della Cia. E soldi da ambienti della grande industria. L’obiettivo non era, come spesso si dice, una dittatura militare come in Grecia, ma un governo tecnocratico-militare, su basi corporativo-sociali e con una guida politica: Giulio Andreotti”.

Quanto e come quella vicenda, nei decenni successivi, condizionò il sistema politico italiano e la società?
“Moltissimo. Se la vediamo dal lato dei golpisti fu una catastrofe: uscito di scena Borghese, seguirono due progetti abortiti (Rosa dei Venti e Sogno). Dopodiché, la destra radicale finì col divenire sempre più manovalanza di ben altri burattinai. La storica sentenza di Bologna individua tra i mandanti Licio Gelli ed il più potente dirigente dei Servizi segreti: Federico Umberto d’Amato. Ed entrambi c’erano già al tempo del golpe. Gelli doveva arrestare il presidente della Repubblica. E fu d’Amato a permettere l’effrazione al Ministero degli Interni. Con l’intento di farla fallire. Così si scorge un doppio livello. Borghese organizzò e mise in atto un colpo di Stato. Invece, altre personalità implicate – come d’Amato ed Andreotti – volevano solo che la minaccia si percepisse forte, restando una minaccia. Borghese fu bloccato, e il risultato del fantasma del golpe agitato non tardò. In poco più di un anno finì il centro-sinistra. Le aperture al Pci di Aldo Moro e del segretario dei socialisti Giacomo Mancini rientrarono. E nacquero i primi due governi di Andreotti, con l’uscita a destra nel ’72. È vero che durò poco. Mutato il contesto col successo elettorale comunista nel ’76, Andreotti guidò i governi col Pci. Ma poi fu ucciso Moro (e Gelli commentò: «il più è fatto!»). Infine ci fu la strage di Bologna, per cui Gelli oleò gli ingranaggi almeno dal febbraio ’79. E anche quella stagione finì: seguì il pentapartito. Se la consideriamo dalla parte di chi ci credeva, come Borghese e migliaia di altri, fu una disfatta. Ma se la vediamo con gli occhi degli Andreotti, Gelli e d’Amato, allora è evidente che il golpe riuscì”.

Se collocato in una più vasta strategia nera, attuata a partire da quella fase storica, l’evento in sé permea ancora gli ingranaggi statuali?
“Le strategie sono variabili per la destra e per gli apparati dello Stato. Dopodiché, da storico, prima di estendere i fatti del 1970 al 2025, invito alla prudenza. Ci sono continuità. Ma anche straordinarie discontinuità: siamo in un altro mondo. Piuttosto, condivido l’inquietudine di uno dei protagonisti del processo di Bologna: l’avvocato Andrea Speranzoni. Siamo tutti certi che i Servizi odierni non siano quelli deviati di anni fa. Però, se ormai è acclarato che la storia dei nostri Servizi è quella di vertici condannati per depistaggi ed oggi addirittura quali mandanti delle stragi, che significato ha permettergli col Decreto sicurezza di creare e perfino guidare organizzazioni terroristiche o mafiose?”
Ci sono aneddoti al confine col surreale, apparenti dettagli, che invero evidenziano quanto il disegno golpista fosse originato dai piani alti. Come la vicenda di una certa mitraglietta…

“Certo! un mitra Mab. Gli uomini di Avanguardia entrati al Viminale ebbero accesso all’armeria e prelevarono circa 180 mitra, caricandoli su un camion. Pervenuto il contrordine di Borghese (impostogli da un uomo di Andreotti), il commando dovette rientrare al Ministero e rimettere le armi a posto. Salvo un mitra, portato via come assicurazione sulla vita. È chiaro cosa significasse: la mancanza del mitra nell’armeria (sostituito con una copia malfatta) fu la prova che l’effrazione nel Ministero era avvenuta. Ma se il mitra fosse rispuntato, avrebbe dimostrato che erano stati lasciati entrare dall’interno. E qui dobbiamo salire i piani ed arrivare al capo dei Servizi degli Interni: d’Amato. O meglio. Allora egli era il numero uno di fatto, lo divenne di diritto all’indomani del golpe, nel 1971. Così come fu dal ’71 che Gelli divenne segretario organizzativo della P2. L’anno dopo, Andreotti guidò il primo governo di centrodestra”.
Claudio Dionesalvi


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