Miope, precario, traballante. Sono i nuovi aggettivi che migliaia di persone scese in piazza a Messina pronunciano per descrivere il progetto del ponte sullo stretto.Il corteo amplifica le modifiche imposte due giorni fa dal Consiglio nazionale dei lavori pubblici, il cui documento è chiuso nei cassetti ermetici del Mit. Eppure se ne conosce già il contenuto che viaggia negli slogan e negli interventi scanditi dalla piazza messinese: il progetto non considera l’innalzamento dei livelli del mare, trascura il rischio sismico, non tiene conto delle vibrazioni causate dagli agenti climatici. “Il ministro Salvini – ci dice Anna, 45 anni, docente, attivista contro il ponte – adesso potrebbe inciampare proprio sulle congiunzioni e sugli avverbi avversativi, prima di tutti, quel “ma””. Il progetto delle destre, infatti, ha di recente incassato un “via libera” dal Consiglio superiore dei lavori pubblici, nella forma “Si può fare, MA…”, che ha più il tono di un altolà che di un lasciapassare.
“La piazza di oggi – dichiara al manifesto Federico Alagna di Assemblea No ponte – fatta di migliaia di siciliane e calabresi, ma anche di tante persone solidali, ha fatto qualcosa che, per decenni, governi di tutti i colori politici si sono rifiutati di fare. Ha chiuso dal basso la Stretto di Messina SpA, la società concessionaria che simboleggia il modo in cui i nostri territori sono tenuti in ostaggio da un progetto predatorio e di saccheggio, che sottrae risorse per alimentare il profitto di pochi, mentre incombe la minaccia dell’apertura dei cantieri. Questa piazza ha gridato il suo “ya basta!” Nei mesi a venire, a partire da questo autunno, la nostra lotta continuerà per fare in modo che chi oggi è al governo, o chi lo sarà dal prossimo anno, traduca questo decreto popolare nell’effettiva chiusura della Stretto di Messina SpA”.
Nei volantini, sugli striscioni e i cartelli, la semplice negazione si rafforza e rilancia: “invece del ponte”, a ribadire la necessità che ai milioni di euro già sperperati nella progettazione e negli incarichi professionali non si sommi un’ulteriore emorragia di risorse pubbliche e i soldi siano spesi diversamente. È una delle motivazioni che spinge il comune di Villa San Giovanni, versante calabrese, a partecipare. Lì la beffa è macroscopica. In Calabria mancano i servizi essenziali e le strade. E neppure l’Alta velocità arriverà. Si fermerà in Basilicata, come anticipato dalle inchieste del manifesto e confermato di recente dallo stesso presidente della Regione, Roberto Occhiuto (Forza Italia). Però Salvini ha deciso che il cantiere del ponte si deve aprire.
“È pura propaganda – tuona Giusy Caminiti, sindaca di Villa San Giovanni – ed è una presa in giro. Il ministro aveva annunciato che i lavori sarebbero partiti nel 2026, adesso dice che inizieranno prima della fine della legislatura, quindi l’anno prossimo. È il suo sesto rinvio in meno di tre anni. Abbiamo presentato istanza di accesso agli atti per conoscere esattamente le prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici e sapere se siano condizionanti. Siamo stati tenuti all’oscuro di tutto, sebbene l’articolo 39 del codice degli appalti preveda il coinvolgimento degli enti locali interessati e il diritto di voto, pur non vincolante”.
Le presenze spontanee, i tanti giovani, sono una delle novità più significative della giornata NoPonte. Tutti promettono che il movimento è destinato a crescere, se le destre al potere realizzarenno muscolari cerimonie di posa della “prima pietra”.
Claudio Dionesalvi






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