{"id":2914,"date":"2017-10-28T10:11:03","date_gmt":"2017-10-28T08:11:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.inviatodanessuno.it\/?p=2914"},"modified":"2017-10-28T10:11:03","modified_gmt":"2017-10-28T08:11:03","slug":"genesi-e-possibile-cura-del-morbo-razzista-tra-gli-ultra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inviatodanessuno.it\/?p=2914","title":{"rendered":"Genesi e possibile cura del morbo razzista tra gli ultr\u00e0"},"content":{"rendered":"<h5>Ciccio irruppe in piazza con gli occhi carichi di odio. Tanti anni di trasferte insieme, per\u00f2 lui si ritrovava qualche neurone fuorisede pi\u00f9 dei nostri. Non salut\u00f2 nessuno. Si appart\u00f2 in un angolo e cominci\u00f2 a pennellare uno stendardo. S\u2019intravedeva la traccia bianca sotto il corpo suo prono sulla stoffa di colore nero, spalmata sul marciapiede. I primi che gli s\u2019avvicinarono per capire il soggetto della sua opera, tornarono paonazzi. Incredibile: una svastica, Ciccio stava confezionando uno stendardo nero con una corposa svastica bianca. Una cosa che non s\u2019era mai vista prima, nella terra tra la conca e i colli urbanizzati ai piedi della Sila, che da oltre 2300 anni si chiama Cosenza. Ci siamo sempre vantati d\u2019essere una delle tifoserie pi\u00f9 antirazziste d\u2019Italia. Ma come convincere Ciccio che stava commettendo un crimine inaudito? Ci avvicinammo increduli. \u201c<em>Ci\u2019, ma sei impazzito? Perch\u00e9 stai disegnando \u2018sta svastica?<\/em>\u201d All\u2019inizio neanche ci degn\u00f2 di una risposta. D\u2019un tratto biascic\u00f2 qualcosa, senza sollevare lo sguardo dal suo lugubre affresco: \u201c<em>Voglio vedere che cosa mi dicono quelli della curva Nord. Domenica lo porto allo stadio<\/em>\u201d. Quelli della curva Nord eravamo noi. In quegli anni la nostra tifoseria s\u2019era spaccata. La parte pi\u00f9 tradizionalista, comunque antirazzista, stazionava nella storica curva Sud. L\u2019altra, pi\u00f9 situazionista e, sul piano simbolico, politicamente schierata a sinistra, assiepava il settore contrapposto. A Ciccio come a molti altri, questa storia della spaccatura non andava gi\u00f9. Lui frequentava la Sud. E aveva deciso di porre il problema a modo suo, esponendo una svastica nel \u201cSan Vito\u201d, dirimpetto a noi. La domenica successiva, ovviamente, i gruppi della Sud gli impedirono di entrare in curva con quella nefandezza. Eppure il suo messaggio arriv\u00f2 forte e chiaro. Nella cultura ultr\u00e0, come nel punk, a volte l\u2019ostentazione di certi emblemi non trae origine da una scelta ideologica consapevole, bens\u00ec da un moto spontaneo di rifiuto, esprime la demarcazione di un confine identitario, una provocazione caustica, l\u2019ostentazione del proprio odio verso qualcosa o qualcuno che si colloca dalla parte opposta, a prescindere dalle cause che hanno portato alla contrapposizione.<\/h5>\n<h5>Esistono due tipi di contenuto a sfondo razzista nelle curve del tifo organizzato. Una forma larvata di micronazionalismo, anzi una sorta di localismo aggressivo, si manifesta un po\u2019 ovunque, negli stadi calcio, per effetto della vocazione territorialista che si annida in ogni tifoseria. Questa attitudine \u00e8 riflesso di una componente originaria. Non ci sarebbero stati ultr\u00e0, senza appartenenza ai luoghi, alle citt\u00e0, agli spazi eletti a presidio di tali aggregati giovanili. \u00c8 una vocazione che pu\u00f2 sfociare in comportamenti e messaggi apertamente xenofobi, ma non \u00e8 detto che ci\u00f2 debba avvenire sempre. Al contrario, in molti stadi italiani come in altri contesti europei, dove per diverse ragioni il bagaglio simbolico delle singole tifoserie si \u00e8 orientato verso l\u2019antirazzismo militante e la componente identitaria ha interiorizzato tale scelta di campo, la rivendicazione dell\u2019odio razziale \u00e8 stata bandita.<\/h5>\n<h5>Esiste per\u00f2 un altro tipo di razzismo negli stadi. Ed \u00e8 quello veicolato da militanti e organizzazioni di estrema destra, molto abili nel portare all\u2019esasperazione una tendenza di per s\u00e9 costitutiva di ogni aggregato ultr\u00e0: l\u2019individuazione del nemico. Queste organizzazioni incontrano condizioni favorevoli. La maggior parte dei frequentatori di una gradinata presenta infatti un carattere verginale nella padronanza del lessico politico; soprattutto nei primi anni assorbe parole d\u2019ordine e miti basati sulla semplicit\u00e0 del messaggio. D\u2019altronde i gruppi della destra radicale autonoma trovano terreno favorevole non solo nella predisposizione delle curve a \u201cfarsi patria\u201d, ma anche nel sistema poliziesco strutturatosi intorno al panorama del tifo organizzato negli ultimi decenni, che ha sterilizzato la componente solidaristica presente in diversi contesti curvaioli, accentuandone le pratiche paramilitari. A deviare l\u2019immaginario verso la causa xenofoba contribuiscono i media mainstream che per semplificazione comunicativa, e spesso per esigenze di bottega, comprimono le categorie simboliche del razzismo e dell\u2019ultr\u00e0, le appiattiscono rendendole omogenee e complementari.<\/h5>\n<h5><strong>C\u2019era una volta Verona<\/strong><\/h5>\n<h5>\u201c<em>La cultura della nostra terra contro l\u2019idiozia delle vostre menti. Verona prima solo nell\u2019eroina<\/em>\u201d. Il compianto ultr\u00e0 Ettore Covello andava orgoglioso di questo striscione esposto a suo tempo in un Cosenza-Verona in risposta alle provocazioni neonazi degli ultr\u00e0 scaligeri nella gara di andata. Nella sua tesi di laurea specialistica mai discussa, perch\u00e9 la morte prematura ne ha troncato sogni e prospettive, Covello individua il sostrato xenofobo nei rituali del <em>pallone<\/em> e rileva il carattere multidirezionale della discriminazione razziale dentro e intorno al football: \u201c<em>\u00c8 spesso motivo di comportamenti violenti all\u2019interno di una medesima tifoseria, infatti vi sono casi di insulti razzisti tra gli stessi tifosi di una squadra. Sono diverse le testimonianze di tifosi neri e meticci che dichiarano di essere stati insultati sugli spalti da altri tifosi, e ci\u00f2 fa s\u00ec che la loro presenza sugli spalti sia molto limitata<\/em>\u201d. Questa casistica di eventi perlopi\u00f9 spontanei, in qualche modo connaturati al gioco del calcio sin dalle sue origini, \u00e8 testimoniata da un\u2019ampia letteratura. In \u201cCompagni di stadio\u201d Solange Cavalcante ricorda le pesanti restrizioni per il tesseramento dei giocatori neri che in Brasile e altrove furono attuate per tutta la prima met\u00e0 del \u2018900: \u201c<em>Pi\u00f9 tardi \u2013 un pi\u00f9 tardi che si fece attendere fino agli anni Cinquanta \u2013 dirigenti e leghe dovettero cominciare ad aprire le porte dei club ai neri, non potendoli pi\u00f9 lasciare fuori a guardare. Nonostante ci\u00f2, per ora la porta aperta dei club sarebbe stata solo quella secondaria, quella della servit\u00f9. Accettarono i giocatori neri e meticci, ma a patto che non accedessero ai club per gli stessi percorsi dei bianchi, che usassero retine e si stirassero i capelli, schiarendosi la pelle del volto con la polvere di riso<\/em>\u201d. Dal canto suo, Ettore Covello evidenzia quanto sia labile il confine tra spontaneit\u00e0 e propaganda studiata a tavolino. A partire dagli anni novanta, numerose sono state le iniziative di chiara finalit\u00e0 politica, che i gruppi egemoni di alcune delle principali curve italiane hanno prodotto per innestare un razzismo consapevole e schierato nella messaggistica differenzialista che nei linguaggi del calcio non \u00e8 mai mancata, a tutti i livelli, persino istituzionali, nel passato recente come in quello remoto. Si pensi solo alle infelici esternazioni omofobe e antisemite del presidente della FIGC, Carlo Tavecchio.<\/h5>\n<h5>\u201c<em>Nel 1983\/84 a Verona si sentirono i primi \u201cBuuh\u201d razzisti nei confronti di Cerezo,<\/em> &#8211; scrive Covello &#8211; <em>e nel 1996 si tent\u00f2 di comprare un giocatore di colore, l\u2019olandese dalla pelle scura Ferrer, ma dalla curva, in occasione del derby con il Chievo, appesero un fantoccio tinto di nero con una corda al collo e addosso la scritta \u201cNegro go away\u201d; dietro, un paio di ultr\u00e0 gialloblu, indossarono il cappuccio del Ku-Klux-Klan. Inoltre esposero uno striscione in dialetto veronese che recitava: \u201cIl negro ve l\u2019hanno regalato, dategli lo stadio da pulire\u201d, e sui muri della citt\u00e0 avevano scritto \u201cMeglio in C che un giocatore negro<\/em>\u201d.<\/h5>\n<h5>Verona diviene cos\u00ec, sin dagli anni novanta, laboratorio di un neonazismo <em>futbolistico<\/em> riproducibile, alla portata del supporter spontaneo e sprovveduto, non assimilabile al militante dell\u2019estrema destra. Il razzismo attecchisce nell\u2019iconografia della tifoseria gialloblu, entra a far parte del suo codice costituente, assume la portata di tratto peculiare della volont\u00e0 di insubordinazione che permea una comunit\u00e0 ultr\u00e0 e la distingue dal restante contesto della tifoseria d\u2019appartenenza.<\/h5>\n<h5>Dick Hebdige, fondamentale studioso degli stili di vita giovanili conflittuali e delle pratiche di insorgenza spontanee non riconducibili alle forme della politica militante, spiega che \u201c<em>la risposta sottoculturale non \u00e8 semplice affermazione n\u00e9 rifiuto, n\u00e9 sfruttamento commerciale e neppure ribellione sincera. Non \u00e8 semplice resistenza a un ordine esteriore n\u00e9 esplicito conformismo alla cultura familiare. \u00c8, sia una dichiarazione di indipendenza, di alterit\u00e0, di intenzione estranea che un rifiuto dell\u2019anonimato, della condizione subordinata. \u00c8 un\u2019insubordinazione. Allo stesso tempo \u00e8 anche una conferma della condizione di sottomissione, una dichiarazione di impotenza<\/em>\u201d.<\/h5>\n<h5>Nei suoi studi, Hebdige sottolinea la tendenza innata delle sottoculture ad assorbire i feticci della societ\u00e0 dei consumi, plasmandoli e riadattandoli in una sorta di bricolage semiologico. Ma \u2013 per dirla con Roland Barthes \u2013 emerge anche la loro ineluttabile propensione a lasciarsi assorbire e mitizzare, a farsi comprare per essere rivendute. Significative le celebrazioni per i 40 anni del punk, che in questi giorni attraversano le accademie e le istituzioni museali deputate al consenso.<\/h5>\n<h5>Dunque nella saldatura tra insubordinazione e xenofobia \u00e8 custodita la risposta alla domanda: Come prolifera il razzismo negli stadi? In un contesto come il recinto del calcio sociale, imperniato sull\u2019istinto, sui messaggi a bassa frequenza o comunque su un\u2019autoimposta limitazione della capacit\u00e0 critica, quando non trova una corrente culturale avversa che si affermi in modo conflittuale, pratichi l\u2019uso della forza e imponga un autocontrollo nel campo della simbologia politica, la discriminazione razziale e quella di genere attecchiscono con maggiore facilit\u00e0. Il luogo comune che attribuisce solo alla cultura di destra l\u2019attitudine alla violenza e al comunitarismo, assimila l\u2019identit\u00e0 ultr\u00e0 al neofascismo, trascurando quanto tali componenti siano presenti anche nei movimenti sociali della sinistra antagonista. Che alla violenza non attribuiscono un primato, ma si riservano di esercitarla.<\/h5>\n<h5><strong>Narciso ultr\u00e0<\/strong><\/h5>\n<h5>Nel mito di Narciso il protagonista si innamora della propria immagine specchiata nell\u2019acqua, al punto da caderci dentro e morire annegato. \u00c8 un formidabile esempio di oggettivazione del soggetto vivente. Lo specchio liquido fotografa, immortala, restituisce il ritratto. Si tramuta esso stesso in Narciso, lo rimpiazza fino al punto che lui ci si tuffa dentro e rinuncia al proprio essere. Avviene un fenomeno analogo nei gruppi ultr\u00e0. Lo specchio infatti \u00e8 costituito dai media e dall\u2019immagine che costruiscono di ogni singola tifoseria. Gli ultr\u00e0 reagiscono facendo propria la fotografia fornita dai mezzi d\u2019informazione, rivendicando i tratti e gli aggettivi che nei loro confronti sono adoperati, spesso in senso dispregiativo. I social network amplificano questa tendenza, in quanto vettori di un\u2019altra determinante componente del narcisismo: l\u2019autocontemplazione. Le curve abitate dagli ultr\u00e0 assorbono e capovolgono. Sono piene di stendardi che clonano le formule retoriche della vulgata mediatica: \u201c<em>Sparuta minoranza<\/em>\u201d, \u201c<em>Opposta fazione<\/em>\u201d, \u201c<em>Cani sciolti<\/em>\u201d. Ci\u00f2 avviene non solo nella simbologia, ma anche nelle pratiche e negli slogan.<\/h5>\n<h5>Accadde a Firenze, nel periodo dei mondiali di Italia \u201990. Un gruppo di commercianti del centro storico assold\u00f2 delle ronde per <em>liberare<\/em> le strade dagli ambulanti nordafricani. Ci furono delle spedizioni punitive notturne, alcuni migranti finirono in ospedale. Sui media trov\u00f2 ampio risalto il caso di una citt\u00e0 come Firenze, dalle tradizioni democratiche, turbata da tali gravi episodi. Dalla curva Fiesole, da sempre di impostazione sinistroide, si alzarono cori come \u201c<em>Chi non salta \u00e8 marocchino<\/em>\u201d. \u00c8 chiaro che il processo di assimilazione e insubordinazione aveva spinto una parte della tifoseria viola a specchiarsi nella stigmatizzazione che i media producevano nei confronti della loro citt\u00e0, fino a identificarsi con quelle accuse.<\/h5>\n<h5><strong>Quale fascismo <\/strong><\/h5>\n<h5>Decisivo diventa allora comprendere quale sia l\u2019intensit\u00e0 della retorica fascista che pu\u00f2 trovare spazio tra gli ultr\u00e0. Anzitutto va ribadito che ad imporsi nell\u2019iconografia e nella prassi, in alcuni contesti curvaioli, non \u00e8 il cosiddetto fascismo in livrea.<\/h5>\n<h5>Nel suo \u201cNazi-rock. Pop music e destra radicale\u201d, Valerio Marchi spiega che gi\u00e0 tra gli anni sessanta e settanta si afferma una nuova figura di giovane fascista: \u201c<em>Si caratterizza per una matrice sociale pi\u00f9 variegata rispetto al \u2018modello sanbabilino\u2019 e per una dimensione culturale che tende ad appaiare alle coordinate storiche dei nazional-rivoluzionari tutta una serie di temi, di stili e di atteggiamenti, di \u2018nuovi consumi\u2019 mutuati dalla Sinistra. Alla consueta predisposizione all\u2019atto violento, alla lugubre esaltazione della guerra e della morte, ai residui di nostalgismo inizia ad affiancarsi un senso di autocritica sulle commistioni del proprio ambiente con settori deviati dello Stato e, con essa, una messa in discussione di alcuni valori tradizionali e del proprio quotidiano modo d\u2019essere<\/em>\u201d.<\/h5>\n<h5>\u00c8 proprio questo tipo di neofascismo ad attecchire nelle curve. Ed \u00e8 lo stadio Olimpico di Roma a fungere da laboratorio. Tutta una serie di messaggi confezionati con notevole acume politico e spiccata conoscenza della comunicazione di massa, hanno favorito lo slittamento delle forme ancestrali della xenofobia presente nel football verso qualcosa di pi\u00f9 concreto. Sarebbero tanti gli episodi da esporre.<\/h5>\n<h5>Molti anni fa, nella stagione 1988\/89, la fanzine degli ultr\u00e0 laziali, \u201cMr. Enrich\u201d, proponeva in copertina l\u2019immagine derisoria di due giornalisti che affannosamente corrono verso la sala stampa di uno stadio di calcio. Ribaltando contro di loro uno slogan molto in voga ai danni degli ultr\u00e0, \u201c<em>Calmati! \u00c8 solo un gioco<\/em>\u201d, li disegnava in abiti tipici e presunti tratti somatici ebraici, a saldare l\u2019odio contro la categoria giornalistica al rancore antisemita. \u201cI giornalisti sono insolenti e cinici come gli ebrei\u201d, sembrava voler dire la vignetta del magazine biancoazzurro. Gli effetti semantici sulla mente di un giovane ultr\u00e0 laziale, lettore abituale della fanzine e sprovvisto di strumenti culturali per decodificare il messaggio, sono immaginabili.<\/h5>\n<h5>Ai propri calciatori che sfilavano sotto la Nord con una frase inneggiante all\u2019antirazzismo, gi\u00e0 un paio di decenni or sono i laziali rispondevano con uno striscione eloquente: \u201c<em>I vostri miliardi per le nostre borgate<\/em>\u201d. Chiara l\u2019associazione del degrado dei quartieri popolari alla denuncia urlata dell\u2019invadenza degli stranieri. Da terreno esclusivo di un proletariato solidale e geneticamente comunista, le periferie si trasformano cos\u00ec in sede privilegiata di una destra sociale radicale e radicata. E lo striscione esposto, sempre in quel periodo storico, nel derby contro la Roma: \u201c<em>Ieri rossi, oggi bianchi, ma di nero solo Aldair<\/em>\u201d stuzzicava la Sud nell\u2019orgoglio neofascista, poco tempo dopo la sua conversione in territorio nero, conseguente alla cacciata del CUCS. Per capire in che misura tale propaganda abbia contribuito a innervare una mentalit\u00e0 xenofoba persino nei luoghi meno inclini a recepirla, \u00e8 prezioso un libro di Giuliano Santoro, \u201cAl palo della morte\u201d, che con la questione degli ultr\u00e0 non ha legami diretti. Il racconto ricostruisce il contesto in cui matur\u00f2 l\u2019omicidio del pakistano Shahzad, avvenuto nel 2014 a Roma nel quartiere Tor Pignattara. \u201c<em>Ci diceva che non era come noi, che non era una spia come noi, che noi siamo dei comunisti di merda e delle zecche e che saremmo dovuti tornare ai Parioli<\/em>\u201d, riferiscono i testimoni del delitto a proposito delle urla minacciose lanciate contro di loro da una delle persone coinvolte nell\u2019assassinio a sfondo razziale. Nella mentalit\u00e0 borgatara, i Parioli non sono pi\u00f9 dunque la zona franca dei romani ricchissimi, ma un nido di comunisti.<\/h5>\n<h5><strong>Quando ad ammazzare \u00e8 un \u201cultr\u00e0\u201d<\/strong><\/h5>\n<h5>La morte di Emmanuel Chidi Namdi, il nigeriano ucciso nella scorsa estate a Fermo dal 39enne Amedeo Mancini, segna il culmine nella distorsione funzionale attuata dai media mainstream in questo Paese. Sin dal primo istante, Mancini \u00e8 anzitutto un <em>\u201cultr\u00e0 della Fermana, dunque un fascista\u201d. <\/em>La seconda identit\u00e0 \u00e8 conseguenza della prima e comunque diventa un particolare marginale. La maggior parte delle testate giornalistiche ha deciso che l\u2019assassino, in quanto ultr\u00e0, \u00e8 intrinsecamente razzista. Che Mancini fosse un ultr\u00e0 della Fermana, \u00e8 indiscutibile. Il problema sorge quando il legame tra la sua militanza in curva diventa inscindibile dalle sue convinzioni razziste. In taluni casi, il tono \u00e8 addirittura indulgente. Scrive Il Resto del Carlino: \u201c<em>Intorno ad <strong>Amedeo Mancini, <\/strong>l\u2019ultr\u00e0 della Fermana Calcio che nella tragica e controversa lite di Fermo ha <strong>sferrato un cazzotto al profugo nigeriano Emmanuel<\/strong> (poi morto per la ferita alla testa susseguente alla caduta), ci sono la direttrice del carcere di massima sicurezza di Ascoli\u2026<\/em>\u201d. Dunque la lite \u00e8 \u201c<em>controversa<\/em>\u201d, e comunque \u00e8 stato sferrato solo un \u201c<em>cazzotto<\/em>\u201d. <em>Povero ragazzo<\/em> \u2013 viene quasi da pensare leggendo le cronache di quei giorni \u2013, <em>in fondo la sua xenofobia \u00e8 soltanto un istinto difensivo maturato in tanti anni di stadio. Ma pu\u00f2 guarire. S\u00ec, \u00e8 vero, ha colpito Emmanuel dopo aver dato della \u201cscimmia\u201d alla compagna della vittima, per\u00f2 si sa che questi ragazzi usano la forza pi\u00f9 per gioco che per cattiveria. Se ha sbagliato, \u00e8 perch\u00e9 fa l\u2019ultr\u00e0. E tutti gli ultr\u00e0 sono un po\u2019 razzisti, sebbene spesso manifestino questa \u201cattitudine\u201d in senso goliardico.<\/em><\/h5>\n<h5>\u201cFascista\u201d e \u201cviolento\u201d diventano due connotati accessori e inevitabili dell\u2019identit\u00e0 curvaiola. E per i media \u201c<em>Ragazzi carichi di passione<\/em>\u201d son pure quelli che seguono la nazionale di calcio. Peccato che ogni tanto si lascino andare a saluti romani e slogan antisemiti. Del resto sono \u201c<em>estremisti<\/em>\u201d. S\u00ec, va bene, sono \u201c<em>di destra<\/em>\u201d. Ma secondo il rapporto periodico di polizia sui gruppi ultr\u00e0, nella black list bisogna inserire anche tanti gruppi \u201c<em>di estrema sinistra<\/em>\u201d, come quelli che sulle gradinate hanno aderito alla campagna \u201c<em>Welcome Refugees\u201d<\/em>, esponendo striscioni di benvenuto ai migranti. Cos\u00ec il vecchio teorema degli \u201c<em>opposti estremismi<\/em>\u201d, sempre utile per giustificare la legislazione d\u2019emergenza, torna in voga e appiattisce linguaggi e appartenenze.<\/h5>\n<h5><strong>Sesto tempo <\/strong><\/h5>\n<h5>La violenza xenofoba \u00e8 dunque quella pi\u00f9 riproducibile e al contempo la meno rischiosa da praticare. Basta individuare un nemico debole e aggredirlo per ottenere legittimazione e rispetto nel gruppo dei pari. Pratiche e linguaggi razzisti negli stadi hanno attecchito sul sostrato preesistente. Tuttavia, c\u2019\u00e8 una via d\u2019uscita? La risposta forse pu\u00f2 arrivare dal restante panorama ultr\u00e0 europeo che essendo anagraficamente posteriore quindi periferico rispetto a quello italiano, pu\u00f2 conservare dei tratti distintivi utili alla comprensione di certe dinamiche. \u00c8 noto che nella maggior parte dei casi, i gruppi dell\u2019est europeo aderiscono ai movimenti nazionalisti in ascesa nei rispettivi Paesi. L\u2019argomento meriterebbe una trattazione specifica e adeguata. Eppure in altri contesti, come la Germania e l\u2019Inghilterra, esistono tifoserie schierate apertamente in senso antirazzista. In Italia la risposta al quesito \u201cChe fare?\u201d \u00e8 custodita in un possibile diverso modo di inquadrare il municipalismo conflittuale. Fino a quando l\u2019appartenenza a un territorio sar\u00e0 considerata campo esclusivo delle destre, tutto l\u2019armamentario simbolico <em>futbolistico <\/em>slitter\u00e0 verso l\u2019identitarismo delle \u201cpatrie locali\u201d. Ma recuperando la lezione di tanti movimenti che nella difesa dei propri luoghi e dei beni comuni, esercitano la forza fisica e la ragione contro le multinazionali e i poteri costituiti posti a tutela dei loro interessi, \u00e8 possibile inoculare degli anticorpi culturali in ci\u00f2 che resta delle curve degli stadi di calcio. Il solidarismo e la contaminazione con le altre etnie possono e devono diventare motivo d\u2019orgoglio anche nei linguaggi degli ultr\u00e0. Un vecchio slogan antixenofobia dei Cosenza Supporters recitava: \u201c<em>Per il pallone \u00e8 indifferente CHI lo calcia<\/em>\u201d.<\/h5>\n<h5>Claudio Dionesalvi<\/h5>\n<h5>\u201cNuova Rivista Letteraria\u201d, Alegre, novembre 2016<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ciccio irruppe in piazza con gli occhi carichi di odio. Tanti anni di trasferte insieme, per\u00f2 lui si ritrovava qualche neurone fuorisede pi\u00f9 dei nostri. Non salut\u00f2 nessuno. Si appart\u00f2 in un angolo e cominci\u00f2 a pennellare uno stendardo. 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