{"id":886,"date":"2014-11-11T17:02:13","date_gmt":"2014-11-11T16:02:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.inviatodanessuno.it\/?p=886"},"modified":"2015-06-25T17:06:33","modified_gmt":"2015-06-25T15:06:33","slug":"lidentita-locale-che-rende-la-citta-provincia-a-modo-suo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.inviatodanessuno.it\/?p=886","title":{"rendered":"L\u2019identit\u00e0 locale che rende la citt\u00e0 provincia a modo suo"},"content":{"rendered":"<h5>Migliaia di persone in fila per ore alla presentazione del fumetto Dylan Dog ambientato a Cosenza. Altrettante assistono alle performance in vernacolo di artisti come Canaletta e Nunzio Scalercio. Quindicimila spettatori sono accorsi allo stadio per il centenario del Cosenza Calcio. Gli antropologi hanno gi\u00e0 una spiegazione. Secondo loro, il ritorno di massa alla cosentinit\u00e0 sarebbe conseguenza dei giorni difficili che stiamo vivendo. La gente quindi avrebbe nostalgia del \u201cbuon tempo antico\u201d, vorrebbe sentirsi partecipe di un mondo che sta scomparendo, in tempo di crisi preferirebbe aggrapparsi all\u2019identit\u00e0 locale.<\/h5>\n<h5>Al di l\u00e0 delle motivazioni profonde, rimane un dato di fatto: da un po\u2019 di tempo a questa parte, gli abitanti della valle del Crati e zone limitrofe amano tutto ci\u00f2 che parli in modo creativo, simbolico e critico della loro terra. \u00c8 naturale allora porsi il problema se esista la possibilit\u00e0 che questo sentimento possa trasformarsi in qualcosa di costruttivo; una volta si sarebbe detto: qualcosa di \u201cpolitico\u201d.<\/h5>\n<h5>\u201c\u2019A Calabria \u00e8 morta\u201d, \u00e8 il titolo di un eloquente monologo dell\u2019attore calabrese Ernesto Orrico. Verrebbe da domandarsi, con lui, se una Calabria sia mai nata, se sia esistita. La Calabria forse no, ma i Calabresi esistono, eccome! Ad oltre 40 anni dalla sua istituzione come ente, quest\u2019aggregazione amministrativa coatta chiamata \u201cregione\u201d gestisce le risorse destinate a popolazioni che non possiedono un comune passato remoto, eppure da qualche decennio condividono infinite disgrazie e tante vane speranze. Questo semplice fatto dovrebbe bastare a renderci uniti. Ma in tanti concorderanno: se vista dall\u2019alto la regione ci pu\u00f2 pure stare, dal basso \u00e8 una semplice \u201cespressione geografica\u201d. Non sono solo i campanilismi a dividere. Il dramma \u00e8 la classe politica che esprimiamo. Quando non \u00e8 latitante nella gestione dell\u2019interesse pubblico, ha un impatto disgregante, centrifugo, devastante, sui territori e su chi li abita. Logico chiedersi se un maggior grado di autonomia politica e amministrativa potrebbe consentirci di vivere meglio.<\/h5>\n<h5>Rifiuti, viabilit\u00e0, salute, istruzione, accesso ai fondi UE: se non dipendessimo da Reggio e Catanzaro, forse riusciremmo ad affrontare i problemi legati a questi settori della vita civile. Le nostre strade sono invase dai rifiuti, montagne e corsi d\u2019acqua contaminati dall\u2019immondizia. Dopo la Sicilia, siamo i peggiori nella graduatoria italiana della raccolta differenziata. Ogni anno franano chilometri di strade che non vengono poi ricostruite. Interi paesi restano isolati dal resto del mondo. Gli ospedali periferici sono stati chiusi, e quello di Cosenza \u00e8 al collasso. Nelle scuole mancano insegnanti e collaboratori. I presidi si sentono abbandonati dall\u2019Ufficio scolastico regionale. I fondi Ue sono spesi poco e male, finiscono quasi sempre nelle tasche dei soliti noti. Gli ammortizzatori sociali vengono elargiti sotto forma di elemosina, con ritardi spaventosi nell\u2019erogazione del famigerato assegno di mobilit\u00e0.<\/h5>\n<h5>Di fronte a siffatta tragedia, una considerazione nasce spontanea: il potere \u00e8 una questione di uomini, ma soprattutto di luoghi. Magari se i luoghi decisionali fossero meno centralizzati e pi\u00f9 vicini a noi, forse potremmo provare a risolvere questi problemi, almeno in parte. Forse. Perch\u00e9 \u00e8 chiaro che prima ci vorrebbe una rivolta. Non necessariamente un bagno di sangue, che servirebbe solo a consolidare i poteri pi\u00f9 o meno visibili. Ma una qualche forma di <em>rottura<\/em> \u00e8 chiaro che ci vorrebbe. Di certo, se un giorno scoppier\u00e0 un\u2019insurrezione nel Cosentino, culturale o violenta che sia, sarebbe la sommossa di una minoranza. La maggioranza \u00e8 legata a famiglie politiche locali, tardofeudali; le sostiene per ragioni di sopravvivenza. E insieme a loro \u00e8 responsabile dello sfacelo nella sanit\u00e0 e nell\u2019ambiente, \u00e8 complice dell\u2019emorragia di risorse pubbliche e del mancato decollo di settori come l\u2019informatica e il turismo. Le stesse famiglie gestiscono questi settori da sempre. Di chi sono, se non loro, le responsabilit\u00e0 del calabro sfacelo? Ecco perch\u00e9 il primo obiettivo dovrebbe essere proprio l\u2019<em>eliminazione<\/em> di queste famiglie dalla vita pubblica. Per carit\u00e0, non sarebbe indispensabile la ghigliottina che nella storia non ha mai portato fortuna a chi la praticava, ma quantomeno vederle sparire dalla scena politica, queste famiglie e i loro rampolli! Invece sono l\u00e0, imperterrite, riverite e servite. E anche grazie all\u2019ente regione Calabria <em>mangiano<\/em> come lontre.<\/h5>\n<h5>In tutta Europa fioriscono movimenti che lottano per la secessione, spesso si limitano ad esaltare le virt\u00f9 del federalismo. A volte fanno chiara apologia del provincialismo. Vivere in provincia significa sempre essere provinciale? Si pu\u00f2 abitare a New York consumando i propri giorni in un vicoletto cieco di un quartiere di periferia, al chiuso di rapporti umani asfittici, interni al proprio nucleo etnico d\u2019appartenenza . E si pu\u00f2 vivere nella piana di Sibari, nella periferia meridionale europea, percorrerla ogni giorno su e gi\u00f9 per motivi di lavoro, incontrarvi persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, stringere con loro proficue relazioni sociali. In realt\u00e0, in provincia di Cosenza di <em>province<\/em> ce ne sarebbe tante: Pollino, Sila e presila, Savuto, Sibaritide, Tirreno, sono territori che potrebbero legittimamente autogovernarsi.<\/h5>\n<h5>C\u2019\u00e8 per\u00f2 un limite fa rispettare. Portando all\u2019esasperazione questo ragionamento, rimane il rischio che si sconfini nell\u2019esaltazione del mito delle patrie locali e che la cura dell\u2019identit\u00e0 finisca per alimentare nuove barriere invisibili, vecchie e nuove xenofobie di cui francamente non si avverte il bisogno. Ce ne sono gi\u00e0 troppe in giro. Pochi mesi fa, in un suo interessante libro, lo studioso Giovanni Sole ha evidenziato le enormi responsabilit\u00e0 del mondo accademico nella costruzione a tavolino di una mitologia locale triste ed improbabile. L\u2019edificazione artificiosa dei miti, mediante la riscrittura della storia, \u00e8 un fondamento dei micro-nazionalismi. Allora come uscire dalla trappola? Ancora una volta la risposta pu\u00f2 arrivarci dalla fantasia, quella disinteressata. Numerose sono le esperienze creative che in anni recenti hanno sia raccontato al mondo la nostra terra, sia raccontato il mondo <em>attraverso<\/em> la nostra terra, inserendola quindi in una dimensione globale, ponendo in luce le confluenze e gli intrecci, piuttosto che le differenze. \u00a0Gli spettacoli di Max Mazzotta o di Giovanni Turco, il Beckett di Krypton, le foto di Ivana Russo, le canzoni di Peppe Voltarelli o Brunori SAS, le poesie di Daniel Cundari, le geniali intuizioni dei gi\u00e0 menzionati Canaletta, Scalercio ed Orrico, sono soltanto alcune delle dimostrazioni artistiche di come la cosentinit\u00e0 pu\u00f2, a pieno titolo, conquistarsi un posto nel mondo, senza per\u00f2 separarci da esso. In sintesi, ci sono infiniti motivi per essere orgogliosi delle proprie origini, ma la migliore cosentinit\u00e0 \u00e8 quella che <em>non esiste<\/em>, quella che prende vita per fondersi col resto del pianeta. Qualsiasi uso strumentale della cultura, rappresenta una pratica nefasta. Tanto per fare un esempio, al giorno d\u2019oggi troppi <em>acchiappafantasmi<\/em> vanno alla ricerca del presunto <em>vero<\/em> dialetto, quello originario. Ma lo hanno spiegato anche i linguisti John Trumper e Marta Maddalon in un recente seminario tenutosi nel rione Spirito Santo: la condizione naturale di una lingua, \u00e8 il cocktail. La lingua \u00e8 fluidit\u00e0 e variazione. Inseguire un dialetto ideale, \u00e8 come andare alla ricerca dell\u2019Araba fenice. \u201cIl dialetto non \u00e8 uno zombie da custodire in salotto\u201d.<\/h5>\n<h5>Dunque, come accade per gli elementi culturali che concorrono alla sua formazione, se commettessimo l\u2019errore di attribuire alla cosentinit\u00e0 una sostanza politica e un valore totalizzante, saremmo davvero imperdonabili. Altra questione invece \u00e8 il nostro rapporto con l\u2019autogoverno del territorio, che \u00e8 l\u2019unica reale via d\u2019uscita dal pantano nauseabondo in cui ci troviamo. Per rimediare alle nostre vergogne e per costruire il presente, dovremmo cominciare ad interrogarci: anzitutto, a che serve la Regione Calabria? Forse \u00e8 arrivato il momento di cominciare a chiedercelo in tanti.<\/h5>\n<h5>Claudio Dionesalvi<\/h5>\n<h5>La Provincia di Cosenza, 11 novembre 2014<\/h5>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Migliaia di persone in fila per ore alla presentazione del fumetto Dylan Dog ambientato a Cosenza. Altrettante assistono alle performance in vernacolo di artisti come Canaletta e Nunzio Scalercio. Quindicimila spettatori sono accorsi allo stadio per il centenario del Cosenza Calcio. Gli antropologi hanno gi\u00e0 una spiegazione. 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