«Signor presidente, chiediamo che come testi siano sentiti: Vladimir Putin, nato a Leningrado il 7/10/1952, Jacques Chirac, nato a Parigi il 29/11/1932; George Walker Bush, nato il 6/7/1946 a New Haven (Connecticut)…». L’avvocato Giuseppe Mazzotta non scherzava quella mattina d’autunno del 2004, davanti alla corte d’Assise di Cosenza. L’accusa contro i 13 imputati dell’operazione «sud ribelle» era di aver costituito «a Cosenza un’associazione sovversiva per turbare e bloccare con la violenza l’attività del governo italiano e dei capi di Stato più importanti del mondo, attentare agli organi costituzionali, cospirare contro la globalizzazione». Quindi l’avvocato chiedeva che fossero escussi in aula gli otto cosiddetti grandi della Terra, per sapere se si fossero sentiti «turbati» e «bloccati» nel loro dominio sul pianeta.
A distanza di un anno e mezzo dalle tre giornate genovesi, qualche inquirente esaltato tentò di rifilarci persino le maiuscole: «Sud Ribelle». Era solo un coordinamento spontaneo, uno dei tanti, tra i centri sociali e collettivi politici del meridione. Nient’altro. A qualcuno, però, fece paura. Il processo fu celebrato. Putin & soci non deposero. Non mancarono, tuttavia, le udienze e i momenti tragicomici. Come quando, nelle fasi preliminari, gli inquirenti consegnarono per sbaglio una copia di backup dell’hard disk personale del pubblico ministero al perito informatico della difesa. L’evento scatenò la fantasia di uno degli imputati, Francesco Cirillo, scrittore e fumettista, che del sud ribelle fu uno degli ispiratori. Disegnò satiriche vignette su presunti filmini privati del procuratore. Dopo quasi dieci anni, il processo si concluse con un secco tre a zero per la difesa: la Cassazione confermò: «Il fatto non sussiste».
Tuttavia, negli anni successivi, qualche «fatto» sarebbe accaduto davvero. Non imprese di avanguardie militanti, ma vere e proprie insorgenze spontanee, rivolte sociali, durate poco, sì, eppure destinate a segnare le storie recenti dei sud. Ha ragione Francesco Cirillo quando dice che forse furono proprio coloro i quali la attraversarono e cercarono di conferirle potenza, gli unici a sottovalutare la portata di quell’ondina meridiana che si affacciò nelle piazze contro il G8, desiderosa di fornire aggiornate risposte alla questione meridionale. Quei pezzetti di sud, che furono partecipi dei movimenti sociali nel passaggio di millennio, incarnarono il presagio di una fiumara che da Genova discese ed a sprazzi si manifestò più dopo il G8 che durante e prima. La stessa mobilitazione a sostegno degli arrestati del sud ribelle, nel 2002 e negli anni successivi, fu qualcosa di anomalo e piacevole: non capita spesso di veder sfilare 50mila persone per la libertà ed i diritti sociali e politici, come accadde in quel novembre cosentino, quando i NoGlobal furono accolti da una cittadinanza in rivolta civile contro gli arresti. Luca Casarini, commosso, disse: «Sembra il Chiapas».
Lo stesso vento genovese spirò un anno dopo, in Basilicata, dove un’intera popolazione, per qualche settimana, diede vita a una «zona temporaneamente autonoma» per bloccare le scorie radioattive che il governo di destra voleva scaricare nel ventre della madre terra lucana. Sette anni dopo, a Rosarno, la rivolta dei braccianti neri fu forse l’unico momento di insurrezione spontanea e fisica contro la ‘ndrangheta, dai tempi della Africo di Rocco Palamara. Sì, aveva ben poco di autoctono, in senso meridionale, la rabbia dei ragazzi neri confinati nelle baraccopoli della piana di Gioia Tauro, che scatenarono guerriglia in risposta ai pallettoni sparati contro di loro dai guagliuni delle ‘ndrine. Eppure del movimento antiG8 2001 qualcosa c’era, eccome! Non era forse dedicata alla questione dei migranti la prima delle tre giornate di Genova? E non furono figlie di quella stagione di lotte le compagnerie militanti che si precipitarono a Rosarno per dare sostegno ai braccianti in rivolta?
L’elenco sarebbe ancora lungo: i movimenti dei disoccupati a Napoli e dintorni, per la difesa del territorio dall’aggressione delle ecomafie nel resto della Campania, le campagne contro il ponte sullo stretto e i NoMuos in Sicilia, il conflitto intorno all’Ilva di Taranto e la ribellione delle donne, che in tante città del sud, come al nord, in questi due decenni e mezzo hanno occupato le piazze per dire basta all’aggressione patriarcale che subiscono da millenni. Infine, nella costruzione di alternative concrete al dominio neoliberista, lo spirito delle giornate di Genova ha trovato degna prosecuzione tra gli ambulatori, scuole popolari e sportelli sociali aperti negli spazi autogestiti. Soprattutto, ne è diretta emanazione il circuito dell’economia solidale, oggi in crescita. Una di queste esperienze, in particolare, proviene dalla sponda calabra dello Stretto: il consorzio Equosud che prefigura esodo, corrode la grande distribuzione, riunendo i liberi produttori di alimenti delle Calabrie. Ce ne fosse uno in ogni regione meridionale, il caporalato andrebbe in crisi. Il sud è ancora ribelle. Bisognerebbe solo saperlo ascoltare quando sta per urlare di rabbia.
Claudio Dionesalvi






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