Sono tanti i lati oscuri sull’esatta dinamica dei momenti che hanno preceduto la morte di Mohamed Amin Bessioud.
Il 25enne di nazionalità italiana e origini tunisine si sarebbe lanciato dal balcone di casa, nel pomeriggio di giovedì scorso, durante una perquisizione dei carabinieri. Stava scontando una condanna per possesso di hascisc agli arresti domiciliari nell’appartamento in cui risiedeva con i familiari, nel centro di Cosenza. I militari hanno fatto irruzione e dopo aver imposto alla madre di uscire dalla stanzetta del ragazzo, si sono chiusi insieme a lui per procedere con la perquisizione, durante la quale non sarebbero riusciti a trattenere il suo gesto disperato. Mohamed, “Momo”, è deceduto pochi minuti dopo essere stato trasportato in ospedale. Le indagini sono affidate al procuratore Marco Mattia. Bessioud soffriva di depressione e già nel marzo scorso aveva compiuto gravi atti di autolesionismo. Davanti ai magistrati, si era più volte dichiarato fumatore di hascisc. Amava il calcio, giocava bene.
Ieri pomeriggio, colta da malore, la mamma è stata ricoverata in ospedale. Grande è lo sconcerto anche fra i compagni di squadra e gli amici di Momo. «È mancata l’umanità, l’empatia, la comprensione di cosa sia la salute mentale», afferma Ursula, una sua ex compagna di classe. «Aveva paura di tornare in carcere, spesso lo avevano minacciato di revocare gli arresti domiciliari», spiega Osvaldo Rocca, avvocato della famiglia Bessioud. «I tuoi jolly te li sei giocati tutti», sarebbe questa la frase ricorrente che i militari incaricati di controllarlo, gli rivolgevano spesso.
«Gli restavano circa due anni ancora da scontare – prosegue il legale – e lui cercava di non fumare più, ma non ci riusciva, proprio a causa del suo stato di sofferenza psichica. Mi chiamava spesso, piangeva. Era in cura presso il Centro salute mentale e il Servizio per le dipendenze».
Reazioni indignate anche nel mondo dell’associazionismo locale. Lo conosceva bene Emilia Corea, garante dei detenuti del Comune di Cosenza: «Quando un ragazzo è fragile, può imbattersi in soggetti che approfittano di lui. Mohamed sarebbe rimasto vittima di persone che lo hanno manipolato, raggirato, minacciato. La paura – prosegue Corea – si è aggiunta al dolore, e il dolore agli errori commessi. Ma gli errori non possono e non devono trasformare la persona in uno scarto. In passato, Mohamed è finito nel carcere di Castrovillari, dunque ha pagato con la privazione della libertà.
Successivamente gli sono stati concessi gli arresti domiciliari. Lo Stato ha limitato la sua libertà, ma proprio per questo aveva anche il dovere di proteggerne la vita. È un dovere imprescindibile, fondamentale, soprattutto quando si tratta di una persona psicologicamente fragile. Uno Stato che priva un uomo della libertà, assume un obbligo che viene prima di ogni altra cosa: riportarlo vivo a casa. Non migliore, non peggiore. Vivo». Non è la prima volta che un uomo in preda a deliri paranoici, attacchi di panico e crisi isteriche muore durante l’intervento delle forze dell’ordine.
In una recente inchiesta, la rivista ahidaonline ha individuato, tra le persone che hanno perso la vita nel corso di operazioni di polizia negli ultimi 25 anni in Italia, 23 sofferenti di disagio psichico, 9 dei quali erano migranti.
Saranno gli esiti delle indagini a stabilire se anche questo ragazzo sia rimasto vittima di inadeguatezza delle cure, impreparazione degli agenti, leggi speciali ed effetti della propaganda securitaria. A 48 ore dal tragico evento, l’autorità giudiziaria e i carabinieri non hanno ancora chiarito se durante la perquisizione i militari abbiano sequestrato hascisc e se il ragazzo fosse stato ammanettato. L’uso delle manette sarebbe ingiustificato in assenza del ritrovamento di sostanze stupefacenti. Per lunedì La Base e altre organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato una manifestazione che partirà dalla casa di Mohamed.
Claudio Dionesalvi






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