Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano oggetti, distribuiscono spintoni e pugni, provano a difendersi quando sono derisi dai passanti. A volte capita che tentino la fuga se qualcuno vuole stanarli dai ruderi di vecchi edifici in cui si infilano per passare la notte. Ogni tanto si appiccano fuoco e divengono torce umane. Accade pure che senza alcun movente pugnalino estranei o persone care. Sono donne e uomini abbandonati, sofferenti per forme multiple e diversificate del disagio psichico. Intorno a questi fantasmi viventi, corroborati dal social chiacchiericcio, i media allestiscono campagne di odio digitale che alimentano paura. Se tali fragilissime persone provengono da altre zone del pianeta, sono bollate come maranza. E divengono così folk devil, alimentando il moral panic1. È la militarizzazione sociale del deviante, l’ostentazione della sua eliminazione ai fini della propaganda securitaria, la propaggine armata di ciò che è stato definito «arbitrio punitivo»2. Soprattutto, il ricorso alla violenza di Stato, in luogo della cura, materializza nelle strade la modalità annichilente già in uso all’interno delle carceri. Nel 2025 nelle galere italiane sono avvenuti 76 suicidi; 50 i decessi per cause da accertare3.






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