«D’estate combattiamo col fuoco, d’inverno con l’acqua». Il barista sulla statale 106 reagisce con magnogreco spirito di adattamento. Dietro i finestroni del suo bar sfilano i mezzi dei Vigili del fuoco e della Protezione civile. La Sibaritide è ridotta a una palude. A poche centinaia di metri da dove l’estate scorsa c’era il Vinitaly, adesso c’è il fango. Sott’acqua pure il museo archeologico inondato dal vicino canale dello Stombi. Gli scavi dell’antica Sibari si sono salvati, perché almeno qui il recente rafforzamento degli argini ha contenuto l’esondazione del fiume Crati che però è straripato tutt’intorno, venerdì pomeriggio, ricoprendo case, terreni, aziende. Centinaia gli sfollati. I danni peggiori si registrano nella frazione Lattughelle e ai laghi di Sibari. Provvidenziale l’appello del sindaco di Cassano, Gianpaolo Iacobini, che ha chiesto ai residenti delle zone a rischio di allontanarsi o mantenersi ai piani alti delle rispettive abitazioni.
Tra la nottata di giovedì e l’intera giornata di venerdì, nella provincia di Cosenza, si sono verificate frane e smottamenti lungo le due coste e nell’entroterra, costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie case. Nei giorni precedenti, l’allarme era stato lanciato soprattutto per la fascia tirrenica, dove si temevano le mareggiate che poi in effetti hanno stravolto interi centri urbani. È stato quanto meno sottovalutato il possibile impatto dei corsi d’acqua interni.
Era dal lontano 1959 che a Cosenza non tracimavano il fiume Crati e i suoi affluenti diretti e indiretti, come la Jassa, il Campagnano e il Busento, che hanno provocato danni consistenti. In particolare il Busento, in località Molino Irto, ha costretto i soccorritori a intervenire con gli elicotteri per trarre in salvo le persone rimaste bloccate su un lembo di terra circondato da torrenti di fango. Se fortunatamente non si registrano vittime, notevoli sono i danni alle attività produttive. Tra le aziende sommerse, l’Officina Grafica, da sempre punto di riferimento per le associazioni e le reti solidali che lavorano nell’accoglienza e sulla disabilità. Gli operai dell’azienda hanno spalato fango per ore. Distrutti i macchinari.
Un po’ dovunque sono entrate in azione brigate solidali, alcune delle quali inquadrate nella Protezione Civile, ma tante altre nate in modalità spontanea. Come già accaduto di recente a Catanzaro Lido dopo il devastante ciclone Harry, a impugnare le pale sono stati numerosi ultrà cosentini della Curva Sud.
Intanto rimane molto critica la situazione anche in altre aree della Calabria. A San Ferdinando la tendopoli che ospita centinaia di lavoratori migranti è immersa da giorni nell’acqua.
Non mancano le polemiche. Soprattutto nei centri interni, esplode l’indignazione delle popolazioni isolate. «Come mai non sono mai stati spesi i 600 milioni del Master Plan del 2014, stanziati per difendere le coste calabresi? Gli interventi erano stati già progettati, eppure nessuno si è posto il problema di realizzarli», denuncia Carlo Tansi, già capo della Protezione Civile in Calabria. Duro anche il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi: «Dopo l’alluvione del 2018 – spiega – erano stati stanziati 8 milioni di euro per la messa in sicurezza dell’argine destro del Crati. La fine dei lavori era prevista per il 2021. Peccato che i lavori non siano mai iniziati».
Nel bar di Sibari, a pochi passi dal fiume imbizzarrito, un capannello di giovani chiosa Cetto, protagonista del film Qualunquemente: «Lui proponeva un forestale per ogni albero. Ne basterebbe uno per ogni corso d’acqua».
Claudio Dionesalvi
il manifesto, domenica 15 febbraio 2026










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