Volevo vederlo arrabbiato. Non ho resistito. E così sono sceso sul Tirreno, nel pieno della tempesta. Per me che nei giorni spensierati d’estate gli sono cresciuto intorno, lui non ha nome. Per noi tutti, è sempre stato “il canale”. Chissà, forse un tempo era torrente, ruscello, rigagnolo. Quando, 52 anni fa, i miei genitori comprarono una casa qui, a Guardia Piemontese Marina, il canale era già poco più di un tubo: costretto a scorrere in mezzo a muretti in cemento, sfociava nel mare che carezzava una spiaggia talmente lunga da far brontolare mia zia Maria: “Oi, SanFrangi’, aiutami tu, mi dola ru jnùacchiu, iu ‘un ci’a fazzu cchiù ogni matina a fa’ tuttu su caminu pe’ chiantà l’ombrellone”.
All’epoca, Guardia Piemontese era uno spartiacque sulla costa tirrenica: il popolino cosentino villeggiava a sud, la classe danarosa a nord, con diverse eccezioni. Guardia Marina era per famiglie, ma c’era una florida movida. Poi, dall’inizio degli anni novanta, sul piano turistico cadde in disgrazia, anche a causa dell’erosione che divorò la sua immensa spiaggia. I miei amici d’infanzia se ne sono andati, le loro famiglie hanno venduto le case che sono state comprate da persone originarie del Tirreno e adesso le abitano.
Io mantengo un rapporto empatico con Guardia e i Guardioli, quasi come a Lauropoli dove lavoro da tanti anni. Per me vale il principio dell’insilienza. C’è poco da “restare” o da “resilire”. Ai luoghi ci si può solo aggrappare, arrampicare: “insilire”.
Non sono riusciti ad aggrapparsi, purtroppo, i corpi che per la prima volta vedo approdare decomposti, in questo mare. Non riesco a guardarlo, adesso, con la serenità di un mese fa. Destava già impressione vedere fluttuare la carcassa di un pesce. Terribile la visione di un essere umano che galleggia senza vita!
A voler guardare la natura con gli occhi degli antichi, è chiaro che questa è la ragione che ha spinto il canale a vomitarci addosso montagne di fango. Venerdì scorso, s’è mutato in fiumara e impetuoso e sbarazzino ha trascinato melma dalla montagna, terrorizzando tutti, invadendo giardini e strade, minacciando la ferrovia.

Sin da bambino spesso vi ho passeggiato dentro, giocato con gli amici, raccolto more insieme a mia figlia. Migliaia di volte ne ho percorso l’ultimo tratto per arrivare al mare. Dieci mesi all’anno il canale è asciutto. A fine giugno, si presenta rivestito da una sottile coltre di fanghiglia indurita. Nel 1984 lo pedonalizzarono, adeguandolo a sottopassaggio, dopo che una signora in vacanza fu investita e uccisa, su questa strada, da un calabrese emigrato che scendeva dal nord per godersi le ferie e sul rettilineo fu trafitto da un colpo di sonno. Questa arteria d’asfalto non è più ufficialmente una statale, da quando le scorre a fianco la nuova SS 18 che trafora la montagna da cui venerdì scorso è piombato il fango riversatosi nel canale. Ma la via che attraversa Guardia Piemontese Marina di fatto lo è rimasta, una statale. Vi transitano mezzi a velocità impazzita, tra pedoni e villeggianti. Il 13 febbraio scorso, no, non potevano passare: il fango del canale s’è riversato sulla pista.
L’11 gennaio, si presentava così, lui, il canale, alla foce, nel punto in cui passa sotto la ferrovia, prima di finire tra i massi che da quando è sparita la spiaggia, da tre decenni, proteggono i binari:


Non so se nel mese successivo il canale sia stato ripulito. Ne dubito. Adesso tutti ci poniamo domande. Come ha fatto quel tubo a diventare un mostro? Colpa del bosco da cui discende, della bomba d’acqua, delle case che lo soffocano o del tappo di detriti? Lui non lo sa. Quando fiumara diviene, si limita a tornare alla marea che è sua madre.
Qualcuno dice che non essendo più sano, il bosco sulla collina non trattiene l’acqua. Sì, è stato incendiato più volte, in tutti questi anni. Eppure sempre si è riformato. Non sono piuttosto le case, compresa la nostra, che non dovrebbero stare lì? È mai esistito qui un piano regolatore?
Mentre la collina trasuda melma, il mare avanza. I soldi per proteggere la costa, Rete Ferroviaria Italiana ce l’ha. Li aveva stanziati. E la Regione, due anni fa, la ha autorizzata a costruire 13 pennelli a “T”, come a San Lucido. Si spera che quei soldi non siano stati risucchiati da qualche opera collaterale del ponte sullo stretto. Le barriere saranno costruite lungo tutta la costa tra Acquappesa, Guardia e Fuscaldo o come al solito si anteporrà l’interesse dei lidi privati, proteggendo solo i tratti di costa in loro corrispondenza?
Se chi ha in mano i fondi pubblici rimane convinto di doverli spendere per produrre lucro, siamo destinati a sprofondare, noi e tutto ciò che abbiamo costruito. In agricoltura, turismo, edilizia e nel mercato delle armi, gli investimenti “produttivi” generano clientele, servitù, profitto. I soldi generano altri soldi che finiscono nelle tasche di pochi. Invece, per ospedali, scuole, strade e per la messa in sicurezza dei territori, i fondi pubblici devono essere spesi per la vita e la natura. Forse per questo motivo, le opere non le realizzano. Chi potrebbe e dovrebbe, ci guadagnerebbe poco.
Lo faccio ogni tanto, d’inverno. Rimbalzo da una costa all’altra. Ci vengo anche perché solo qui mi sembra di vederlo passeggiare sul ciglio del mare, mio fratello.
A lui piacevano tanto quei versi del suo appenninico collega:
“area occitana del sud (…)
Un temporale a scrosci, violento, tramonto
due arcobaleni splendenti
il concerto non si fa, non ci sarà
qui comanda l’acqua, comanda il vento
Moderno è un ruolo subalterno”.
Claudio Dionesalvi







Leave a Reply