Il movimento No Kings ha posto domande sulla trasmissione e la discontinuità del potere costituito. Filologo classico, storico e grecista, il professore Luciano Canfora ha analizzato questa problematica nel volume “Giulio Cesare. Il dittatore democratico” (Laterza). E per passare dalle dittature antiche a quella, più recente, del proletariato, ha affrontato la questione nel libro “Il testamento di Lenin” (Fuori Scena), in cui dimostra che le ultime volontà del leader bolscevico furono alterate da Stalin per ottenere piena designazione.
Soprattutto dopo l’attacco neocoloniale di Trump al Venezuela, in giro per l’occidente si agitano legittimi timori nei confronti di presidenti come lui, democraticamente eletti, che però di fatto si autoproclamano “Re”, pur senza trono e corona. “La storia – spiega lo studioso – non si ripete mai in maniere banali. Non possiamo prevedere le forme in cui la trasmissione del potere avverrà, un po’ dovunque. È più che ovvio che un gruppo politico o un soggetto al potere lavori a una continuità, puntando su altre persone. Quando De Gasperi era presidente del consiglio, aveva intorno a sé tanti soggetti più giovani, a lui vicini, e si guardava intorno, perché riteneva che prima o poi la guida della Dc dovesse passare in altre mani. Non vedo il problema: la trasmissione del potere è un fatto fisiologico e salutare, nel senso che se si va alla cieca, poi si hanno delle sorprese inquietanti”.
Dal canto suo, Francesco Maria Galassi, professore associato di antropologia fisica e paleopatologo dell’Università di Łódź in Polonia, spiega che “tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, la salute di Lenin peggiorò rapidamente. Dopo un breve miglioramento estivo, a dicembre fu colpito da una seconda e più grave crisi clinica, con emiparesi destra e disturbi del linguaggio, seguiti da un recupero solo parziale. Come scrisse Trockij, pur convalescente e isolato in campagna, Lenin restò lucido e vigile, ma più volte minato da una serie di mini ictus che preannunciavano un episodio maggiore del marzo 1923, quando una nuova lesione cerebrovascolare gli causò definitivamente paralisi e afasia. L’autopsia cadaverica del 1924, infatti, mostrò che i centri del pensiero e del giudizio erano rimasti in gran parte intatti, mentre la compromissione era motoria e del linguaggio. Così Lenin visse una tripla prigionia: imprigionato clinicamente nel proprio corpo incapacitato, nel reclusione e nel controllo della sua persona coordinato da Stalin (ufficialmente protezione del malato ma di fatto isolamento politico dello stesso) e, infine, dopo la propria morte, nella propria stessa icona corporea, trasformata in reliquia (mummia) — quando il sôma (corpo) del leader divenne sêma (segno, simbolo) all’interno del mausoleo della Piazza Rossa”. Oggi i leader politici appaiono imprigionati nelle loro immagini artefatte dall’intelligenza artificiale. “Perché dovrebbero essere totalmente liberi? – chiede il professore Canfora – Non esiste l’uomo assolutamente libero, tranne al centro della foresta, cioè l’uomo-natura di Rousseau, ma in fondo neanche quello, perché comunque deve vedersela con le belve feroci. Il leader politico ha dietro di sé un gruppo al quale deve dare conto e di cui è l’espressione. C’è un famoso articolo di Antonio Gramsci, pubblicato nel marzo ‘24 su Ordine Nuovo. Si intitola “Capo”. L’esordio è questo: Ogni Stato è una dittatura, quale che sia la classe sociale che comanda; ogni dittatura ha davanti a sé il compito di creare un gruppo dirigente, che a sua volta crea un capo, senza il quale non funziona nessuno Stato. Togliamoci di dosso dunque la patina melliflua, che noi siamo una liberaldemocrazia, allora ci sarebbe l’equilibrio dei poteri, con i contrappesi. Sembra di stare dal salumaio che ci dà il salame “buon peso”. Sono chiacchiere. La realtà è questa, quale che sia il grado di accentuazione maggiore o minore: le procedure sono più o meno truffaldine; raramente si vota allo stato puro. Il voto di scambio c’è sempre stato, non è un’invenzione recente ed è la negazione della libertà. Abbandoniamo le illusioni generiche che dividono il mondo tra buoni e cattivi e i buoni sarebbero liberaldemocratici”.
Non è una novità neanche la reciproca fascinazione tra leader al potere in diversi Paesi, a volte di opposti orientamenti politici. Qualcuno sostiene addirittura che ancor prima del patto, poi tradito, fra Hitler e il compagno “Koba”, Mussolini chiamò Stalin “camerata”. Lo smentisce categoricamente il professore Canfora: “No, non è vero. C’è un articolo di Mussolini che ironizza sui processi di Mosca e dice: forse Stalin è diventato fascista, ma non lo vuole ammettere. Non ha senso farne una specie di cartina al tornasole per interpretare i rapporti tra capi dei vari governi. Anche l’imperatore bizantino aveva grande considerazione per il califfo di Bagdad, eppure all’epoca erano due grandi potenze in lotta”. A proposito di legittimazione dei poteri, c’è chi rimpiange i governi tecnici, adesso che, con le destre al comando, l’Italia sembra scivolare verso una democratura. “È una parola inesistente – replica l’insigne filologo – che ha bisogno di entrare nel dizionario della Crusca, prima di essere adoperata da noialtri. Tutti i governi sono politici, anche quelli tecnici. Quello del senatore Monti era un governo tecnico? No, fu voluto da Napolitano dopo che avevano cacciato Berlusconi. Il governo Draghi, invece, fu nominato da Mattarella per non andare alle elezioni quando si doveva. Molti partiti hanno appoggiato questi governi e vi hanno piazzato i loro uomini. L’esecutivo tecnico è una fictio iuris, un’invenzione. Governare è un atto politico di per sé”.
Persino la manipolazione funzionale della verità è un arnese utile per ogni epoca: “Ma certo! – prosegue Canfora – Un esempio? La storia del dispaccio di Ems. Bismarck modificò il testo per far scoppiare la guerra tra Francia e Prussia”. A prescindere dalla fake governance e dagli studi sulle ultime volontà di Lenin, edulcorate, oggi resta il suo grande quesito: che fare? Pare che al mondo non ci siano autorevoli figure di riferimento per la sinistra. “No – conclude il professore Canfora – non esistono, perché l’esperienza sovietica è implosa. E quando uno perde, non può dire: giochiamo da capo. La tradizione socialdemocratica, nata con un gigante come Engels, ha seguito il destino del suo antagonista ed è andata deperendo nei circa 30 anni che ci separano dalla fine dell’URSS. Quindi il movimento operaio, o di liberazione dei popoli ex coloniali, deve trovare altri leader e motivazioni. Ce n’è una fondamentale: le grandi potenze occidentali vogliono ricolonizzare il mondo, quindi la lotta che stiamo vivendo è tra queste potenze e chi vuole decolonizzare. È una lotta sul pianeta”. Nel suo libro in uscita, “Il porcospino d’acciaio” (Laterza), inquadra l’Occidente impegnato a individuare il nemico interno e ricolonizzare se stesso: “La piramide dei buoni – scrive Canfora – è piuttosto articolata. In cima ci sono i «vecchi banditi» (come li chiamò Lenin all’indomani della grande guerra): gli Stati colonialisti europei, ammaccati dalle guerre da loro stessi provocate, ora apparentemente uniti in una struttura né statale né federale ma bancaria (BCE=UE). Ma chi dà le carte sta oltre Atlantico, e da ultimo ha deciso di non concedere più ai vecchi banditi il privilegio della protezione a spese del protettore”.
Claudio Dionesalvi


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