Siamo stati morsi da un pipistrello ma non diventeremo vampiri

cronaca dal ventre della sindemia
15 dicembre 2021, appena saputo d’avere il Covid, mi devasta la paura che ho contagiato qualcuno. Con l’estrema varietà dei miei rapporti sociali ho potuto provocare una strage, infettando un arco ampio di soggetti che va da Paperon de’ Paperoni al coatto di quartiere, passando per tuttologi, indovini, esorcisti, venditori di pozioni magiche e macellai vegani; insomma un multiforme campionario di umanità, ai livelli delle commedie di Canaletta, dove capita pure che a fare gli attori siano insieme il direttore di banca e il rapinatore che gliela ha svaligiata pochi minuti prima, alla chiusura delle casse.
Per mezza giornata provo a contattare tutte le persone incontrate nell’ultima settimana. Il senso di colpa è tanto assillante che dimentico persino d’essere malato, non prendo farmaci finché il medico al telefono mi dice che sono un incosciente e se non mi sparo al più presto una tachipirina, rischio di finire in terapia intensiva. Allora emetto sprazzi di ingiustificato rancore verso il mondo intero, forse rigurgiti ancestrali dell’istinto che avemmo migliaia d’anni fa, quando la sopravvivenza nostra dipese anche dalla morte dei propri simili. Questa situazione è insostenibile: noi qui, murati vivi in casa, ad aspettare e sperare che l’USCA venga a infilzarci il naso con un molecolare, mentre i nostri amici si godono l’ebbrezza delle festività natalizie, e tra una seratina conviviale, una partitella a carte e uno spritz in compagnia provano il brivido di correre in farmacia per avere subito il risultato dell’antigenico. Scatta in me la caccia a chi mi ha unto, ma è impossibile risalire alla fonte del contagio: il virus non è un organismo vivente, bensì una volatile sequenza di numeri, un algoritmo fluttuante e invisibile che s’aggancia ai procedimenti biochimici di cui siamo fatti. E pur di replicarsi dentro di noi, Sars-Cov2 ordina al nostro organismo di modificare le procedure abituali di calcolo.
Frattanto m’è salita la febbre. In tarda mattinata ci contattano nientemeno che le Autorità Sanitarie. Non ricordo di preciso cosa mi abbiano detto al telefono, ma più o meno il contenuto è stato questo:
Buongiorno, la farmacia ci ha comunicato che lei è risultato positivo al tampone antigenico… aspetti che le arriverà un’email, anzi due email, poi una terza… se sua figlia è ancora negativa, non si fidi: le faccia ripetere il tampone finché non risulta positiva… sua moglie è negativa ma lo sarà ancora per poco… tutti e tre barricatevi in casa e non uscite… non abbiamo abbastanza personale USCA quindi venite voi a farvi il tampone molecolare… mantenete la calma, ci faremo vivi noi tra 7, 14, 21, 28 giorni… lasciate i vostri rifiuti ‘intiferensiati’ sul pianerottolo: passerà a ritirarli ‘Cuarascio’ in persona… il green pass ve lo revochiamo in attesa di guarigione: il vostro medico di famiglia lo ripristinerà dopo le feste così avrete diritto a un aperitivo rafforzato a Santa Teresa e al Nerchiopolis potrete donare il sangue col plasma per curare i clienti che hanno ottenuto il punteggio per entrare senza mascherina… se non vi positivizzate entro il 21° giorno, vi arriverà un certificato di lunga malattia e dovrete ricominciare tutto da capo, aspettare che il Comune vi avvisi che sarete liberi di uscire, a patto però che nel frattempo gli impiegati non siano entrati in smartworking… e abbiate fiducia perché Roberto Occhiuto è riuscito a sbloccare i fondi europei che ci avevano bloccato a Bruxelles ma la responsabilità non è di Spirlì, semmai la colpa è di quelli prima di lui, che non erano abbastanza autorevoli. Buona giornata e auguri”. Click.
Sì. Tutto molto lineare. Però una domanda mi assilla: dove ho sbagliato negli ultimi giorni? Sapevo da due anni che basterebbe usare un’efficace mascherina ed evitare di stazionare a lungo con tante altre persone in locali chiusi. Mi ero convinto pure che il trucco per non essere contagiati fosse limitare non tanto la distanza reciproca, bensì la quantità e la frequenza di attività che si svolgono nell’arco di una giornata. Non solo un problema di spazio, dunque, ma di tempo. Eppure, al di là dei buoni propositi, nelle ultime settimane mi sono lasciato travolgere dalla sindrome del perpetuo lavoro, dall’attivismo e dalla frenesia di onorare tutti gli impegni assunti. E rifiutandomi di vivere morente come Dracula, che si rinchiude in una bara e si alza solo per lavorare e consumare, ho continuato a coltivare la gioia delle relazioni umane. Così il virus m’ha fottuto.
Nei giorni successivi, durante la quarantena, ho provato sollievo appurando di non aver contagiato nessuno… tranne Loredana. D’altronde non m’ero fatto illusioni: da 34 anni oltre all’amore condivido con lei i miei guai. Per qualche giorno ho temuto d’aver infettato pure uno dei miei migliori amici. Lui non si fida delle istituzioni che stanno gestendo questa campagna vaccinale. Dopo che il mio amico ha avuto contatti con me, la moglie è risultata positiva al tampone. E meno male che lo era solo lei, e lui no, perché se anche lui fosse risultato positivo, per la proprietà commutativa la colpa del contagio della moglie sarebbe stata mia; a meno che tra me e lei, che è come una sorella, non fosse in atto una di quelle tresche pruriginose che animano le relazioni ipocrite tra le più perbeniste famiglie borghesi. A proposito, se mia moglie è l’unica vittima delle mie contagiose emanazioni, la colpa è pure del cantante Gianni Nazzaro e di Sanremo ‘83: quella sua canzone deve essermi rimasta abbarbicata agli ormoni da quando ero ragazzino. Comunque, su questi temi dovremmo aprire un dibattito col nostro vicino di casa: ridotti come siamo in regime di clausura, abbiamo sviluppato un’attitudine ad ascoltare i muri e ci stiamo accorgendo che di questo passo, con la frequenza e l’intensità dei rapporti sessuali che hanno lui e la sua compagna, sono entrambi a rischio contagio.
E se io continuo così, Mario Tozzi mi invita a una puntata di Sapiens dedicata al rapporto tra sessualità e virus.
Intanto, quando m’affaccio dal balcone indosso la mascherina per timore che la pioggia dei miei sputazzi laggiù sia fatale a qualcuno. Compagni, amici e parenti ci portano affetto e infilano nel panaro beni di prima necessità. Ancora una volta ci fanno sentire orgogliosi d’essere parte di un NOI. Intorno a loro si radunano pure dissimulanti capannelli di estranei curiosi: vogliono verificare se ai malati di Covid spuntino le branchie. Il quartiere si divide tra quelli che sanno e quelli che fanno finta di non sapere. È un po’ come succede nelle scuole, dove ogni giorno dobbiamo subire la tensione in silenzio e fare come i politici: prepararci una formuletta da recitare a memoria davanti alle telecamere, in modo che chi ci ascolta alla fine dica: “Bravo, mi sei piaciuto, mi hai rassicurato, ti do il voto”. Gli insegnanti sono gli unici lavoratori che devono ricevere ogni mattina tutti insieme in una stanza chiusa i fruitori del servizio erogato e non possono chiedere nemmeno sottovoce informazioni sulla loro salute altrimenti rischiano una bella denuncia per violazione della privacy. E pur di intuire se gli alunni abbiano la febbre, sono costretti a fidarsi di termometri digitali attendibili come le plusvalenze del calcio. Con quanta sorridente propaganda le autorità sanitarie asseriscono che la scuola è un ambiente sicuro e a prova di contagio! Tralasciano di ammettere che se davvero la trasmissione del virus nelle scuole non avviene, vuol dire che sarebbe possibile prevenirla con la stessa efficacia soltanto nel carcere di Guantanamo, dove i prigionieri li tengono separati e chiusi in gabbiette singole, tipo pollai industriali. Forse così si riducono i contagi e magari in questa situazione critica si riesce a tenere in presenza la didattica, ma è morta l’essenza della scuola. Sì, lo so: “Non ci sono alternative”. E siamo quasi tutti d’accordo: la DAD è metadone digitale.
Alla fine, una cosa è certa: se dal rapace cilindro delle multinazionali farmaceutiche non salta fuori al più presto una pilloletta magica o se questo virus non si addomestica, per il resto dei nostri giorni dovremo rassegnarci a vivere ogni anno da giugno a ottobre. Perché se la vita vera è quella che si svolge in mezzo agli altri, bisognerà abituarsi a concentrare l’amore, i viaggi, le passioni e la ricerca del piacere in pochi mesi dell’anno, quando scende la curva pandemica e il clima non ci costringe a rinchiuderci negli alveari in calcestruzzo, dove abbiamo maggiori probabilità di infettarci. In alcune stagioni dovremo convivere sia col virus che con la parte peggiore di noi stessi. Saremo in condizioni d’essere felici solo a fine primavera, in estate e a inizio autunno. Perlomeno sarà una ricerca della felicità concentrata. E magari più intensa.
Claudio Dionesalvi

 

Etereo pipistrello
un dì ci morse,
il virus ci porse.
Ma se in vampiri
mutati non siamo,
a chi ci vuol bene
lo dobbiamo.

 

… ah, dimenticavo: i sintomi del Covid sono terminati 16 giorni fa. Ora nel complesso stiamo bene. Rimangono l’insonnia, le palpitazioni, l’inappetenza. Ma siamo liberi. Il pensiero va a quelli che hanno sofferto più di noi, soffrono o non ce l’hanno fatta. Ci sono anche amici nostri tra i morti di Covid e tra quelli che ne sono usciti segnati nel corpo e nella psiche.
Loredana, Maya e io ringraziamo le tante persone, vicine e lontane, che con ogni mezzo necessario non ci hanno fatto sentire soli: auguriamo al mondo che la vostra solidarietà sia contagiosa e contamini il resto della società. Il vostro affetto è stato talmente intenso che quasi quasi rimpiangeremo questo lungo periodo di isolamento. Ha suscitato in noi sollievo ricevere concilianti messaggi, anche indiretti, persino da chi ormai ci è distante nei quotidiani rapporti umani.

HASTA IL PANARO SIEMPRE

Cosmo ringrazia di cuore gli zii Raffaele Zupo e Annarita Sganga
per le piacevoli passeggiate.
… con l’augurio che il 2022 spazzi via il virus e ogni…

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