I pugni con la testa

Che cosa succederebbe se lo psicoanalista invece di chiedere al paziente di coricarsi sul lettino gli proponesse di prendere a pugni un sacco? E magari mentre il paziente sferra ganci e diretti, lo specialista ascolta con attenzione, riesuma i suoi traumi, lo visita. Il dottor Gianfranco Tallarico è l’inventore dello psicopugilato, una nuova disciplina pratica che fonde sport e terapia della mente.
A 15 anni dalla sua fondazione, nata in un centro sociale autogestito, da diverse lune la palestra popolare di Cosenza ha trovato casa nei sotterranei dello stadio “San Vito Gigi Marulla”. È una struttura autocostruita, attrezzatissima e soprattutto autogestita.
Prodigio della contaminazione
Al suo interno una volta al mese i numerosi frequentatori banchettano in ipercaloriche cene sociali. “Non c’è salutismo che tenga, senza piccole e sporadiche infrazioni alla regola”, spiega Tallarico. D’altronde ormai la palestra rappresenta un valido punto di riferimento culturale e sociale per centinaia di persone. Da qualche anno sforna anche giovani agonisti. Prodigio della contaminazione, al suo interno si allenano gomito a gomito aspiranti pugili, donne impegnate a insegnare e apprendere le tecniche di autodifesa, migranti, ultrà, soggetti affetti da disagio psichico, ragazzi provenienti da famiglie di ‘ndrangheta, ricercatori universitari, disoccupati e precari, attivisti dei movimenti sociali. E da qualche settimana è stato attivato persino un corso per bambini. Con loro mister Tallarico, che ha impugnato i guantoni per la prima volta negli anni novanta nei quartieri caldi della capitale, svolge preziose attività finalizzate allo sviluppo psicomotorio e all’avviamento allo sport.
All’ingresso un cartello traccia un confine più che simbolico: “Questa è una palestra antifascista e antirazzista”. Tallarico conosce bene i linguaggi dei quartieri bassi. Proviene infatti da una laboriosa quanto umile famiglia del proletariato urbano. Così riesce a far breccia negli stili di vita dei “casi difficili”. La storia della boxe popolare cosentina somiglia a quella di tutte le altre fiorite nel restante panorama italiano. In principio un gruppetto di arditi si prende cura di uno spazio abbandonato e lo trasforma, a mani nude, in un luogo di incontro e di sport. Il riciclo più che arte è necessità: vecchi copertoni, ferraglie, ringhiere abbandonate diventano attrezzi di uso quotidiano per potenziare i muscoli. Dopo una prima fase all’avanguardia, l’aggregazione spontanea si costituisce in associazione dilettantistica. Spesso, ma non sempre, cerca e ottiene una legittimazione dagli organi istituzionali che presiedono all’organizzazione della disciplina sportiva prescelta. Che si tratti della FIGC, della FIP o di qualsiasi altro organismo, il rapporto tra le realtà dello sport popolare e le strutture di governo all’inizio non è mai semplice. Eppure, superate le difficoltà iniziali, quasi sempre queste associazioni raggiungono risultati agonistici eccellenti e riescono a competere ad armi pari con strutture dotate di sponsor e quotati committenti.
Mai la forza in contesti sbagliati
Nel caso dell’ASD Boxe Popolare di Cosenza, come in tantissimi altri, lo spirito iniziale sopravvive nel tempo. Soprattutto, persistono i principi ispiratori che spingono i fondatori a mantenere viva la sensibilità e la vocazione formativa verso i quartieri e le aree sociali di provenienza. Così come avveniva 15 anni fa all’interno del C.S.A. “Gramna”, l’approccio del dottor Tallarico e dei suoi collaboratori rimane immutato.
Un papà entra trafelato in palestra e parla in disparte col mister, mentre il figlio si allena. Gli confida: “Il ragazzo ieri a scuola ha messo le mani addosso a un compagno, gli ha fatto male. E a momenti non picchiava pure il prof. di matematica”. Il mister si avvicina al ragazzo: “Togliti i guantoni, spogliati, fatti la doccia e vattene a casa. Chi usa i pugni sui propri pari, contro i deboli oppure manca di rispetto ai più anziani non è degno di allenarsi in questa palestra”. Il giorno dopo telefona al ragazzo, lo convoca, si incontrano per strada, parla a lungo con lui, gli dice che deve chiedere scusa al prof e al suo compagno, e se vorrà rientrare in palestra dovrà prima promettere di non usare mai più la forza in contesti sbagliati. Con questa impostazione la palestra popolare qualche anno fa è entrata nel carcere minorile di Catanzaro e ha realizzato un progetto per trasformare la rabbia e l’aggressività di molti di questi ragazzi in energia positiva e in un percorso di consapevolezza dei propri limiti. Il corso è stato molto apprezzato tra i detenuti. Negli ultimi mesi, la sperimentazione dell’azione combinata di ascolto e fisicità ha prodotto il risultato migliore. Tallarico si è reso conto, lavorando con particolari tipologie di soggetti, che taluni disturbi della personalità e determinate psicosi possono regredire, affievolirsi fino a consentire al soggetto di controllarle, naturalmente nell’ambito sportivo, praticando il cammino riservato agli agonisti della boxe in un contesto protetto. Una preparazione fisica improntata alla continua interlocuzione tra l’allievo e il maestro può dunque coadiuvare percorsi terapeutici già intrapresi. Determinante è la collaborazione con le famiglie e gli esperti che a livello psicologico e medico seguono le persone affette da disturbi.
Una conflittualità da attenuare
In uno dei film giovanili di Kubrick, “Il bacio dell’assassino”, il protagonista perde la sua carica aggressiva sul ring anche per effetto di un mutamento culturale che avviene nella sua personalità. Lo slancio riflessivo prevale sul pugile e ne indebolisce le potenzialità agonistiche. Nello psicopugilato accade il fenomeno contrario. Soggetti ritenuti patologici, ma anche presunti “normaloidi”, attenuano la conflittualità esistenziale nei confronti del mondo esterno, sprigionando la rabbia eccedente contro i sacchi. Imparando a contenerla, divengono consapevoli della propria condizione. Scuola di equilibrio nella vita, prima ancora che scuola di boxe!
Claudio Dionesalvi

il manifesto, 5 aprile 2016

 

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