Caso Battisti, dignità per i detenuti: sit in davanti al supercarcere

Isolati in casa, rifugiati nel recinto domestico, in fuga da se stessi, privi di relazioni sociali. Sebbene in modalità attenuata, sessanta milioni di italiani forse ora capiscono cosa significhi essere prigionieri. A patire le conseguenze delle pur legittime precauzioni adottate contro i rischi di contagio sono soprattutto i malati di Covid ricoverati in isolamento negli ospedali, gli anziani distanziati dagli affetti, i lavoratori migranti segregati nelle baraccopoli e tanti bambini frequentanti le scuole primarie, pietrificati tra i banchi da rigidissime regole. C’è anche chi vive nel girone peggiore dell’inferno: i detenuti veri e propri. Per effetto delle ulteriori restrizioni dei loro diritti, già misconosciuti, in tempo di pandemia oltre 60mila donne e uomini privati della libertà sono costretti a scontare le proprie pene in una condizione di carcere durissimo. Domenica scorsa, nel piazzale antistante la casa di reclusione di Rossano Calabro, si è svolto un sit-in per denunciare quanto sta accadendo dietro le sbarre. Gli attivisti per i diritti civili hanno scelto di evidenziare il caso di Cesare Battisti, che è solo uno dei tantissimi, esemplificativo di una vasta e invisibile tragedia sociale.
Lo presero il 13 gennaio 2019 dopo una caccia durata 37 anni. La fuga infinita dell’ex leader dei Proletari armati per il comunismo, condannato in Italia all’ergastolo per quattro omicidi, si è interrotta su un marciapiedi di Santa Cruz della Sierra, in Bolivia. Gli uomini dell’Interpol gli si avvicinarono e, ottenuti i documenti, lo catturarono senza che lui opponesse resistenza. Pareva quasi che li attendesse. Fu poi consegnato direttamente dalla Interpol boliviana a quella italiana nell’aeroporto internazionale di Viru Viru. Per poi salire a bordo di un aereo inviato dalle autorità nazionali. In Italia Battisti è stato condannato all’ergastolo per  i quattro omicidi. La Costituzione brasiliana non prevede l’ergastolo come pena e quindi l’Italia, pur di riaverlo, nell’accordo per l’estradizione raggiunto nel 2017, aveva fornito la garanzia dei trent’anni come pena massima. In realtà, a Battisti l’ergastolo è stato poi ugualmente comminato il 13 novembre. La prima sezione penale della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa contro l’ordinanza con cui la Corte di Assise di appello di Milano aveva già negato la commutazione della pena dell’ergastolo in quella di trent’anni di reclusione sulla base degli accordi bilaterali tra Italia e Brasile. Dopo aver lasciato il penitenziario di Massama, a Oristano, Battisti è stato trasferito il 15 settembre nel reparto Alta Sicurezza AS2 del carcere di Corigliano- Rossano, in Calabria.
“Vorrei poter pagare per ciò che ho fatto, sì, ma ricostruendomi. E questo mi è impedito”. La disperata richiesta di Cesare Battisti è comune ad altre migliaia di persone private della libertà e di un trattamento dignitoso in carcere. Tutto è drammatico nell’Italia infestata dal morbo dell’odio e della paura, ben più letali di qualsiasi coronavirus. Così può capitare che l’amministrazione penitenziaria tralasci di applicare, insieme all’esecuzione della pena, la rieducazione del prigioniero. E che quanto previsto dalla costituzione a tutela dei detenuti sia sacrificato alle ragioni della propaganda politica e del consenso.
“Oggi – spiega l’avvocato Maurizio Nucci, difensore di Battisti – il trattamento penitenziario applicato a Battisti non solo non tiene conto del suo comportamento sin dal momento del trasferimento in Italia, dell’assunzione di responsabilità rispetto ai fatti su cui è intervenuta sentenza di condanna e del suo comportamento mantenuto in carcere, ma pare anche sprovvisto di alcun progetto rieducativo, essendo inequivocabilmente e unicamente orientato ad una severa opera punitiva”.
Non chiede dunque privilegi Cesare Battisti, detenuto in regime di Alta Sicurezza nel carcere di Rossano Calabro, dove è stato trasferito alcune settimane fa dalla casa circondariale di Oristano in Sardegna. Lo ribadisce l’altro suo legale difensore, l’avvocato Davide Steccanella. “Non c’è un solo atto ufficiale che giustifichi la detenzione di Battisti in un carcere duro. Si continua a trattarlo come se l’orologio della storia fosse fermo a 50 anni fa. Battisti – precisa l’avvocato – non è più un terrorista e all’interno delle carceri non c’è più nessuno potenzialmente intenzionato a favorirne l’evasione. A differenza di quanto sostenuto da certa stampa, il nostro assistito non chiede un menu sofisticato, ma solo del riso bianco perché affetto da una patologia allo stomaco. Persino questo gli è negato. Non ha senso che i mass media chiedano ai figli delle vittime di 41 anni fa cosa debba mangiare. Inoltre, se in uno Stato il trattamento da riservare a un detenuto non è più disposto dall’autorità competente per legge (il giudice di sorveglianza), ma dal D.A.P. o dal Ministero, allora questo non è più uno Stato di Diritto”. In sintesi, i familiari, le associazioni, i firmatari di un appello in suo sostegno, per Battisti chiedono un trattamento detentivo inquadrato in una classe di pericolosità adeguata; disponibilità di un computer e di libri utili allo svolgimento della sua attività di scrittore; possibilità che possa intrattenere relazioni epistolari con l’esterno e che la censura non ne blocchi la corrispondenza; garanzia della sua incolumità; esclusione della compresenza, nello stesso settore in cui è detenuto, di persone accusate di vicinanza all’ISIS che in tempi recenti ha minacciato di morte Battisti in conseguenza della sua pubblica posizione assunta contro il terrorismo islamista. “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo”. Ha scelto le parole del “Che”, Adriano D’Amico, attivista per i diritti sociali e civili, per lanciare il sit-in dinanzi alla casa di reclusione di Rossano, che ha invocato dignità per Battisti e per tutte e tutti i detenuti nelle carceri italiane.
Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti

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