Intervista a Gianni di Marzio, Direttore generale del Cosenza Calcio

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Gianni Di Marzio, allenatore, ha vinto dieci campionati interregionali  (Ischia, Bagnolese, Caivanese, etc.), il primo Trofeo “D. Baretti”, nel 1969, con l’Internapoli; due campionati di serie “B”, due “seminatori d’oro”; uno di serie “C”; ha salvato molte squadre dalla retrocessione e ha scoperto giocatori  come Chinaglia, Wilson, Cordova, Savoldi, Musella, Carnevale, Biagioni, Maradona; attualmente è Direttore Generale del Cosenza Calcio.
Dicono che il calcio è fatto solo di soldi, invece lei si preoccupa delle giovani promesse come un padre…
Chi vuole fare questo tipo di lavoro, deve farlo con la massima professionalità e impegno. Ci vuole inoltre passione, amore… solo in questo caso ottieni dei risultati. Io l’ho fatto con amore e ho raccolto dei frutti, ho quasi sempre vinto: Dico “quasi sempre”, perché nella mia carriera di allenatore porto una media del 75%  di vittorie e pareggi su circa 700 partite. Ho sempre cercato di dare il massimo per il massimo, perché se non c’è un rapporto umano, il giocatore non rende.
Cosa pensa del tifo organizzato ?
Io credo che il pubblico vada diviso al livello settoriale. C’è il solito “sportivo da tribuna”, che è un ipercritico, viene allo stadio solo perché si sente allenatore, vuole immedesimarsi nella panchina. Si dice che in Italia ci stanno 40.000.000 di allenatori. C’è poi l’area dei V.I.P, che frequentano la tribuna. Invece il vero tifo è quello delle curve, dove esistono dei massimi comuni denominatori. Io ho lavorato in molte città e ho notato che in ogni curva c’è un gruppo veramente sano, pulito, che tiene alla squadra e ai colori sociali. Ci sono poi quelli strumentalizzati, manovrati dai centri di potere e da persone esterne. C’è poi l’altra frangia, che è quella sovvenzionata, pagata, aiutata…
Da chi ?
Dalle società! È inutile che stiamo ad aggirare gli ostacoli! Ci sono società in cui i capo-tifosi avevano il contratto come i giocatori e quindi con il megafono in mano guidavano curve di diecimila persone. Vengono pagati attraverso l’acquisto di fuochi d’artificio, oppure per le bandiere etc. C’è poi l’altra  faccia… sono quei ragazzi che sono portati ad avere il “piacere” di fumare una “sigaretta” e fino a quando si tratta solo di una sigaretta… eh va bene, ma quando poi vanno oltre diventano incontrollabili. Per finire: ci sono i “delinquenti”, che sono infiltrati, matti, strani, deviati. Sono quelli che hanno avuto problemi in famiglia, sono senza lavoro. Sono quelli che poi trascinano gli altri.
Ma è vero che la violenza dipende da quello che succede sul campo?
Secondo me questo è un alibi. Al di là della violenza, uno va allo stadio anche per liberarsi delle frustrazioni di lavoro, di studio. Va a sfogare anche degli istinti. Io sono stato ovunque e posso affermare in tutta tranquillità che gli ultrà sono tutti uguali. Loro fanno una questione di ostilità con la tifoseria avversaria e non un fatto di sostegno alla propria squadra. L’entità polizia diventa l’entità da combattere. E questo è assurdo, perché quelli poverini vengono dal popolo, non hanno trovato lavoro, perché trattarli come nemici?
È stato sia a Napoli che a Catania. Dove ha trovato il tifo più caldo?
Sono caldi entrambi gli stadi, ma il tifo più forte che ho visto è quello del Genoa. Quelli hanno veramente la fede verso la “maglia”. Quello di Napoli è un pubblico eccezionale, ma ha bisogno di essere trascinato.
A proposito di Napoli… Maradona continua a far parlare di sé, cosa pensa dell’ultimo Maradona?
Io Maradona l’ho scoperto. All’inizio non era così. Maradona è nato in una famiglia poverissima. Era un puro, ma si è lasciato travolgere, è rimasto prigioniero della sua estrazione. Essendo un “numero uno” mondiale, andava protetto. Avrebbe dovuto annullare i suoi complessi con la cultura, con lo studio, invece è rimasto quello di prima. Lo hanno rovinato le cattive compagnie. La sua debolezza e la sua generosità lo hanno rovinato. È andato in città di mare, piene di delinquenti. Se fosse capitato a Torino, con la Juventus, lo avrebbero protetto, invece è capitato a Napoli e a Barcellona. Ora sta cercando di rifarsi un’immagine, ma è troppo tardi. Fa le campagne contro la droga, ma veramente pensiamo che uno che si droga… pensa a Maradona?
(1995)
Claudio Dionesalvi
(ha collaborato Loredana Caruso)
Tratto da “Comunicazione e potere nello spettacolo calcistico”

Le verità degli ultrà

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