Lunghi i manganelli, corte le bugie della Digos di Minniti

Il TAR della Calabria annulla il foglio di via per il G7 di Taormina.

Delio sarebbe stato un amante della rissa, Francesco addirittura un ex stragista, tutti gli altri avrebbero avuto alle spalle curricula da serial killer. Li ha motivati più o meno così i fogli di via il questore di Reggio Calabria, Raffaele Grassi, lo scorso 26 maggio, pur di respingere molti dei manifestanti diretti a Taormina per protestare contro il vertice dei G7.
Il TAR della Calabria lo ha smentito, annullando il DASPO urbano. Delio Di Blasi, sindacalista eretico che vive a Cosenza, quando vorrà potrà tornare in Sicilia, la terra in cui nacque. È stato infatti vinto il ricorso presentato dai suoi legali che hanno ottenuto dal tribunale amministrativo l’annullamento del foglio di via per tre anni.
Così oggi c’è anche un’istituzione ad ammettere che il provvedimento di polizia ispirato dalla Digos di Cosenza, più volte assurta alle cronache in questi anni per la sua attitudine a raccontare menzogne che farebbero impallidire il burattino di Collodi, si inserisce nelle brutali modalità d’intervento, teorizzate e applicate dal ministro dell’Interno Marco “Quentin Tarantino” Minniti. È un uomo che in terra di Calabria è nato, quindi non poteva concedersi debolezze nella gestione dell’ordine pubblico a casa sua. Infatti, pochi giorni dopo il G7, è bastato il suo semplice passaggio dall’università di Arcavacata, nel giugno scorso, per erogare robuste dosi di manganellate agli studenti che protestavano contro le politiche del “decoro urbano”. In quella circostanza, pur di far sparire il sit-in dalla vista di sua Maestà il ministro, la celere ha caricato nel cuore dell’ateneo, lasciando il segno: uno studente di Ingegneria, colpito dai democratici sfollagente, ha perso l’uso di un occhio. Nello stesso periodo, l’ufficio politico della questura cosentina, con la scusa di rimuovere striscioni “lesivi” del buon nome di Minniti, esposti dai balconi delle case occupate, faceva irruzione negli appartamenti sfondando porte e identificando alla maniera sudamericana gli abitanti. Intanto, nel resto del Paese, le piazze venivano liberate dall’indecorosa presenza della povertà, le famiglie migranti aggredite e picchiate, le manifestazioni di dissenso soffocate sul nascere.
Nella conferenza stampa tenutasi ieri nella sede della CGIL di Cosenza, durante la quale hanno preso la parola il segretario della Camera del lavoro Umberto Calabrone, il rappresentante dell’area “Il sindacato è un’altra cosa” Francesco De Simone, l’avvocata Rossella Barberio, legale di Delio Di Blasi, ha sottolineato che il Tar ha accolto il ricorso in virtù della sentenza n° 2 del 1956 della Corte costituzionale in tema di rimpatri, fogli di via e compromissione della libertà di circolazione. La suprema corte ribadiva che in tali circostanze i questori devono sempre motivare il provvedimento e attenersi alla legge. Queste misure restrittive della libertà non possono essere adottate per motivazioni politiche che diano adito a soluzioni arbitrarie. La pericolosità deve essere in concreto e non in astratto. Nel caso di Delio Di Blasi è chiaro l’intento di vietargli la partecipazione alla manifestazione: “La motivazione è così labile che non può essere considerata indice di pericolosità. Verrebbe meno il principio di solidarietà sancito dalla costituzione”, ha spiegato l’avvocata Barberio.
Claudio Dionesalvi

dinamopress.it

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