La giustizia senza sentimenti

«C’è gente che ha fatto omicidi e dopo un po’ di galera è libera. Ed io per qualche assegno falso ho già scontato quasi cinque anni. Ma sto per tornare in carcere, dove starò per almeno altri cinque». Giovanni Valentino piange. Sembra rassegnato a trascorrere un quinto dei suoi 55 Natali in una cella. È il “San Pietro” dell’Oasi francescana, dove da diversi mesi vive agli arresti domiciliari. Sia lui che Padre Fedele Bisceglia hanno la scorza dura, tipica di chi attraversa le insidie senza restarne scottato. Eppure, ieri mattina sembravano due bambini, circondati dai cronisti che quasi non riuscivano a credere che questa storia sia vera.
Il missionario stringe i pugni: «Se ti arrestano vengo con te. Vuol dire che farò anche questa esperienza. Ma almeno dovranno spiegarmi perché ti hanno concesso di vivere temporaneamente nell’Oasi per poi richiamarti dietro le sbarre. Che senso ha? Tu il recupero sociale qui dentro lo hai fatto. Di pagare, hai già pagato. Gli immigrati, i poveri, le persone che ogni giorno bussano a questa porta ti vogliono bene. E allora perché dovrebbero rinchiuderti ancora? In fondo, non hai mai fatto del male a nessuno».
Intanto, la voce roboante di un noto penalista rimbomba nell’auricolare del telefonino di Padre Fedele: «Non faccia sciocchezze. Se fa resistenza, la arresteranno veramente». Secca la replica del frate: «Sì, così è la volta buona che questa storia finisce sul tavolo del presidente della Repubblica. Proprio la settimana scorsa, ne ha graziato uno che era nelle stesse condizioni di Giovanni». Triste la storia di Giovanni. I capelli bianchi e la pelle bruciata dal sole. Viveva facendo l’ambulante, le mani piantate ore ed ore su quel dannato carretto della frutta. Poi, un giorno qualcuno ha deciso di usarlo come terminale di un’attività illecita. «Cambiami questo assegno». L’uomo di strada, senza santi in paradiso né protettori, non dice mai “no”. I miliardi fanno miliardi, i pidocchi fanno pidocchi. Lo sanno bene i “signori” che camminano in auto lussuose, con al sigaretta in bocca, la “capizza” (collana d’oro – Ndr) e la parlata sguaiata. A loro un piacere non si rifiuta. Giovanni c’è cascato. E si è ritrovato in una palude di guai. Un processo per ogni assegno falso. Nel settembre ’95 il primo arresto. Un anno e sette mesi di condanna. Poi, dopo poco tempo, la seconda, la terza… una cascata di pene. Inutile e vana la difesa degli avvocati Pugliese e Cirio. Per Giovanni la bilancia della giustizia si è trasformata in un torchio. Quella sua amnesia, il fatto che non ricorda chi gli abbia consegnato quei maledetti assegni, deve aver indispettito i giudici.
E il calvario è andato avanti. Fino a quando la buona condotta e i benefici introdotti dalla legge “Simeone” gli hanno consentito di scontare la pena all’esterno del carcere. Prigioniero in libertà. La magnanima giustizia lo ha trasferito in un complesso residenziale, a Catanzaro, a fare da guardia ad un blocco di 32 appartamenti deserti. Solo come un cane. Senza nulla da mangiare. Cosa poteva fare Giovanni, in quel casermone, senza un essere vivente nel raggio di tanti chilometri? Quasi quasi era meglio la galera. E allora si è attaccato al telefono ed ha trovato l’indirizzo del “monaco ultrà”, una mano non la nega mai a nessuno. In poco tempo è riuscito ad ottenere gli arresti domiciliari a Cosenza presso l’Oasi, dove gli ospiti hanno potuto apprezzare la sua grande umanità: «Egli è diventato vero papà, fratello ed amico modello». Ma non basta. La giustizia italiana – si dice sempre – è un elefante… che spesso vede e sente solo da una parte. Giovanni sta dalla parte sbagliata. Quella dei senza-cognome. Adesso padre Fedele si è intestardito e tenta il tutto per tutto, presentando un esposto al Tribunale di Sorveglianza. Chiede che «possa scontare la rimanente pena nel volontariato di solidarietà». Ma la libertà di Giovanni ha le ore contate, «perché – come dice il poeta – l’ordine borghese spinge l’illusione che nessuno provi più a rubare».
Claudio Dionesalvi
Il Domani, 24 novembre 1999

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