Tanzania pamoja Cosenza. Prima tappa: Lunedì 29.05.2017 – Dar es Salaam

Arrivando di notte, solo grazie all’osservazione del cielo ti rendi conto che non ti trovi in una metropoli europea. Il cuore della Tanzania, Dar es Salaam, è vorticoso, enorme, caotico come tutti i titanici centri urbani del pianeta. Lo scambieresti quasi per un pezzo d’occidente, se non fosse per il sorriso costante dei suoi abitanti, la lentezza dei loro ritmi e la bellezza straripante delle donne che incroci lungo la strada. Una peculiarità, questo enorme agglomerato di cemento adagiato sul mare, ce l’avrebbe. Al contrario di quel che accade nell’emisfero opposto, i quartieri centrali sono i più degradati, mentre le periferie appaiono organizzate meglio. Allora bisogna levare lo sguardo in alto, dopo aver fatto amicizia con un grosso scarabeo avventore di una pizzeria. E lì capisci d’essere alcuni gradi a sud dell’equatore, sul versante meridionale del globo. Pare di scorgere il centauro, una costellazione invisibile alle nostre latitudini dalla fine dell’epoca classica. O forse è un’illusione dettata dalla stanchezza. In basso è torbido l’oceano indiano che bagna Dar es Salaam, la città “casa della pace”. Somiglia al Tirreno nostro, dove  quasi un anno fa, sulla spiaggia di Guardia che amoreggia con lo scoglio della Regina, è iniziata l’avventura tanzaniana de “La Terra di Piero”. Nell’estate 2016 Sergio Crocco  mi chiede di accompagnarlo a casa dei nostri vecchi amici Walter e Marco Cavalcante, quest’ultimo impegnato da tanti anni nelle missioni ONU a sostegno dei rifugiati negli innumerevoli teatri di guerra che tormentano Asia e Africa. Sergio è felice, da poco l’associazione ha realizzato con l’aiuto dei cosentini e delle cosentine, nel cuore della città bruzia, il Parco senza barriere “Piero Romeo”. Ma non è stato facile. E lui non ne può più della burocrazia italiana. Un anno fa, Pasquale Viola, una delle menti più fertili dell’associazione, è stato in Tanzania e gli è venuta l’idea di realizzarvi qualcosa di condiviso e concreto. Allora adesso Sergio chiede un parere al nostro amico responsabile del programma alimentare ONU:  “Ci serve una mano, Marcoli’. Vogliamo tornare a costruire qualcosa in Africa. Indicaci tu un luogo povero, dove portare aiuti ai bambini. E soprattutto dacci dei riferimenti per evitare che ci fottano soldi e sacrifici. Non vogliamo farci fregare da mediatori fraudolenti”. Marco ha lo sguardo addolcito da decenni di solidale sofferenza, ma conserva il disincanto tipico della cosentinità. Accoglie la richiesta con entusiasmo, fornisce a Sergio indirizzi e preziosi consigli. Mentre ci allontaniamo dalla spiaggia di Guardia, mi viene spontaneo: “Oi Se’, mi sa che stavolta vengo pure io con te in Africa”.
Ed eccomi in Tanzania insieme a quelli de La Terra di Piero, una delle poche realtà sociali cittadine per le quali, parlando, mi riesce ancora di usare il “noi”, sebbene io non sia un attivista costante dell’associazione e non ne segua ogni giorno il cammino.
Tante volte ho incontrato l’Africa in Calabria, negli ultimi anni. Nella tendopoli di San Ferdinando, tra le case in cartone sulla spiaggia di Corigliano, nei centri di cosiddetta “accoglienza” ad Amendolara, Crotone e Camigliatello, nei campi di cipolle tra Amantea e Falerna. Irresistibile allora diventa la voglia di toccare con mano quel che accade al di là del muro d’acqua che separa l’Europa dalla madre di tutti i continenti.
Obiettivo dell’allegra spedizione organizzata da “La Terra di Piero” è consegnare di persona le 14 tonnellate di medicinali, vestiti, giochi, materiali scolastici e alimenti raccolti negli ultimi mesi a Cosenza e altrove. Tappa iniziale: il porto di Dar es Salaam, dove bisogna sdoganare il carico di aiuti, partito 40 giorni fa dall’Italia. Nella prima giornata usciamo presto col Dalla Dalla, il mezzo più usato dai tanzaniani che s’infilano a decine in codesti pullmini rabberciati. Questo lo abbiamo noleggiato per l’intera missione. Diventerà per noi una casa nomade. Lunedì 29 all’alba le strade della metropoli tanzaniana sono intasate quasi come la nostra via Roma. Il trasferimento dalla pensione al porto dura un’ora e mezza. Palazzoni alternati a baracche in lamiera, venditori di frutta impossibile, alberi di eucalipto e banano, improvvisate piantagioni di mais scorrono su ampie strade asfaltate che a tratti cedono il passo a viuzze colme di fango. All’interno del minibus, lungo il tragitto, si consuma il primo vero dramma della spedizione cosentina in Tanzania. Nel bel mezzo del viaggio, Cicci’i llà è colto da un violento attacco di diarrea, residuo forse delle recenti serate alcoliche cosentine. Chiediamo al nostro autista, il taciturno Said, di fermarsi. Ma non gli è possibile, siamo in piena superstrada. La Tanzania è un Paese meno incivile del nostro: a differenza della Salerno-Reggio Calabria, le cui piazzole di servizio in pieno giorno diventano una lunga latrina in sequenza, qui non è lecito espletare bisogni fisiologici all’aperto. Se ti becca la polizia, sono guai. Dunque niente da fare: Cicci’i llà deve resistere, però lui proprio non ce la fa più, impreca, si contorce, supplica l’autista, chiede aiuto col consueto accento carico di dentali spirantizzate, tipico del capoluogo. Però Said non si ferma. Allora Eugenio, che di mestiere fa il ghisa a Milano, escogita una soluzione europea: appena l’autista si distrae, gli sfiliamo da dietro il cestino in plastica e lo riadattiamo a water. Così Ciccio può finalmente lasciarsi andare a un download fecale sul Dalla Dalla in corsa. Un fetore disumano invade il pullmino. Poco dopo arriviamo al cancello della sede centrale di Caritas Tanzania che sta seguendo le operazioni di sdoganamento del container. Alla sbarra un poliziotto s’affaccia dal finestrino all’interno del minibus per i controlli di routine. Neanche il tempo di infilare il naso, balza all’indietro e tossendo nauseato ci lascia entrare. È imbarazzato il commento di Sergio: “Oi Ci’, poco fa, quando parlando di calcio ti ho detto va’ caca, il mio era solo un modo di dire”.
Negli uffici a fare da interprete con i responsabili della Caritas è Simone, un meraviglioso ragazzo siciliano, seguace di Piero Lato. Tra disbrigo pratiche, sdoganamento, tasse e tariffa per il trasporto del container su camion, sganciamo più di 10mila euro.
 
Nel frattempo Said ha provveduto a far areare il Dalla Dalla, quindi possiamo tornare a bordo. Passiamo a prendere il resto della comitiva rimasta in pensione, carichiamo il pullmino di doni e puntiamo verso uno degli slum più grandi della metropoli, dove abbiamo appuntamento con i bambini curati dalla Malaika Kids International, una fondazione con sede nei Paesi Bassi, che in questo quartiere ha costruito strutture di accoglienza per orfani e giovanissimi malati d’Aids. Nel dedalo della favela ci perdiamo diverse volte.
Da negozietti, lavanderie, internet point e centri di bellezza allestiti in casupole diroccate che affondano in lagune di pozzanghere, sbucano persone gentilissime.
Divertite e ironiche, ci forniscono indicazioni per arrivare a destinazione. Giunti nella sede di Malaika, che oltre a essere il titolo di una canzone famosa, nella lingua swahili significa “angelo”, in un primo momento restiamo tramortiti stringendo le manine di angioletti barcollanti. Dopo i primi istanti di smarrimento, diamo vita a un’allegra invasione di palloncini colorati, bolle di sapone e piadine al cioccolato.

Da uno dei borsoni portati a mano spuntano integratori di sali minerali e giocattoli. Simona, una ragazza di Torano, prima di partire ci ha consegnato i pupazzi di peluche della sua infanzia. Per facilitarci il trasporto, ha avuto un’idea geniale, li ha messi sotto vuoto. Quindi appena apriamo il grosso zaino e squarciamo il cellophane protettivo, in un gioco di prestigio i pupazzi si gonfiano e riprendono volume. Li distribuiamo tra i bimbi, trascorriamo due o tre ore insieme a loro e poi ci congediamo. Ultimo incontro giornaliero in programma: il dottor Luigi Lo Pinto che ha scelto di vivere in Tanzania. Nel racconto della sua esperienza, riconosciamo ancor meglio l’incanto e le piaghe di questa terra.

(continua)
Claudio Dionesalvi

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