Marlane a giudizio

(la conferenza stampa di Francesco Cirillo al cimitero di Praia per denunciare la tragedia degli operai Marlane morti)
Oggi è il giorno della verità. Appuntamento alle 9 presso il Tribunale di Paola. Dove, dopo uno stillicidio di rinvii, pretestuosi e dilatori, si terrà l’udienza preliminare sulla vicenda Marlane, la “fabbrica dei veleni” di Praia a Mare chiusa nel 2004. E sapremo, finalmente, se una tragedia collettiva del lavoro, ampiamente documentata in questi anni dal manifesto, meriterà un regolare processo in pubblico dibattimento. La Procura della Repubblica di Paola ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 dirigenti della Marzotto, l’azienda tessile vicentina che nel 1989 rilevò l’attività della Marlane. Le accuse sono a vario titolo di omicidio colposo, lesioni colpose e disastro ambientale. Due sono i filoni seguiti nell’inchiesta: il primo è relativo alla mancanza di sicurezza nella fabbrica, nella quale gli operai hanno lavorato per anni senza adeguate precauzioni che li proteggessero dalle esalazioni tossiche, che hanno causato la morte di oltre ottanta lavoratori e provocato l’insorgere di tumori in molti altri. Il secondo riguarda, invece, lo smaltimento delle sostanze tossiche utilizzate nel processo di colorazione, seppellite nel territorio circostante, una zona urbanizzata e a forte vocazione turistica che include anche il litorale che va da Praia a Mare a Tortora. Tra gli indagati figurano il paròn Pietro Marzotto, presidente della società Lanerossi spa (già Marlane spa), a capo dal 1972 del Gruppo tessile Marzotto, il suo vice Lorenzo Bosetti e i consiglieri del Gruppo, Silvano Storer, Emilio Fugazzola, Jean De Jaegher, Antonio Favrin. Sono tutti accusati di aver posto in essere condotte gestionali, attive ed omissive, relative allo smaltimento dei rifiuti tali da «determinare il riversamento continuo e ripetuto sull’area antistante lo stabilimento di rifiuti speciali pericolosi di origine industriale, consistenti in fanghi contenenti sostanze prodotte dalle attività di lavaggio e tintura dei filati, segnatamente coloranti azoici – usati per la colorazione – e metalli pesanti tra i quali sostanze cancerogene come il crono VI – usato per il fissaggio interrando inoltre direttamente sul suolo bidoni e fusti – alcuni dei quali contenenti residui di coloranti azoici – sostanze tutte pericolose per la salute e per l’ecosistema nonché materiale (amianto e lana di vetro) proveniente dall’attività di ristrutturazione dello stabilimento medesimo» è scritto nella richiesta di rinvio a giudizio. In sostanza, rilevano gli inquirenti, Marzotto e gli altri dirigenti del Gruppo tessile di Valdagno commettevano fatti diretti a cagionare un disastro, rappresentato dall’inquinamento e dalla contaminazione dell’area antistante lo stabilimento tessile Marlane. Con l’aggravante che il disastro è avvenuto «avendo provocato in un’area, a vocazione mista industriale, residenziale, turistico-ricettiva e servizi ubicata nelle immediate vicinanze del litorale marino, sulla quale venivano rinvenute alte concentrazioni di metalli pesanti quali nichel, vanadio, cromo esavalante, cromo totale, mercurio, zinco, arsenico, piombo e Pbc». L’attesa è tanta a Praia e nel Tirreno cosentino. A preoccupare è il totale silenzio degli enti pubblici: non si sono infatti costituiti parte civile il ministero dell’Ambiente, la Regione Calabria, la Provincia di Cosenza. E nemmeno il comune di Praia a Mare, il cui attuale sindaco Carlo Lo Monaco, in carica dal 2007, è indagato in quanto dirigente della Marlane all’epoca dei fatti. Nello specifico Lo Monaco, responsabile del reparto di tintoria e dell’impianto di depurazione e smaltimento acque reflue dal 1973 al 1988, è accusato di aver omesso di adottare gli accorgimenti organizzativi, strutturali e igienici necessari per contenere l’esposizione ad ammine aromatiche e metalli pesanti imposti dalla normativa prevenzionale. Nondimeno, all’attuale sindaco di Praia viene imputato «di non aver reso edotti i lavoratori dei rischi specifici cui erano esposti; di non aver fornito ai lavoratori necessari ed adeguati mezzi di protezione come guanti, occhiali, grembiuli, gambali e mascherine; di non aver isolato il reparto di tintoria dal resto della fabbrica; di non aver adottato provvedimenti che riducessero lo sviluppo e la diffusione dei vapori tossici e irrespirabili costituiti da prodotti coloranti trattati ad elevate temperature all’interno dei bollitori; di aver omesso di sottoporre i lavoratori a periodiche visite mediche». Così facendo Lo Monaco avrebbe determinato, a detta degli inquirenti, l’insorgenza di patologie neoplasiche e la morte di numerosi operai. Francesco Cirillo è un giornalista ambientalista molto conosciuto sul Tirreno cosentino. Qualche anno fa presentò una sua inchiesta sulla fabbrica dei veleni di Praia. Scelse una location anomala per una conferenza: il cimitero. Un microfono, un tavolo, una manciata di sedie e tutt’intorno una distesa di lapidi, croci e lumini. Erano tutte lì, infatti, le persone interessate ai risultati del suo lavoro. Sottoterra, uccise dal cancro. Insieme a Cirillo, soltanto qualche sindacalista di base e i parenti delle vittime. Per il resto, solo silenzi. Alla vigilia dell’inizio del procedimento, la stessa cortina impenetrabile minacciava di piombare sul tribunale di Paola, sede dell’udienza preliminare. Invece, con la loro presenza, composta ma incisiva, i familiari degli operai della Marlane hanno costretto persino il Tg3 Calabria a puntare, anche solo per pochi istanti, telecamere e microfoni su questa strage dimenticata. E, così, davanti al Palazzo di Giustizia stazionano picchetti, s’innalzano striscioni, si ritrovano gli attori più impegnati e tenaci dell’ambientalismo meridionale. Occhi invasi dalle lacrime, pugni stretti, rabbia sussurrata e una balbuzie da nervosismo accompagnano le dichiarazioni di quanti hanno visto uscire da quella fabbrica, sotto forma di fantasmi, i propri genitori, fratelli, congiunti. Tra le parti civili c’è Giuseppina Martillotta, che ha perso il padre: «I decessi sono stati tanti, troppi. Vogliamo giustizia. Chiediamo sicurezza e garanzie per chi lavora. E, soprattutto, consapevolezza. Chi ogni mattina si reca sul posto di lavoro, deve essere messo nelle condizioni di sapere a che cosa va incontro». Ciro Pesacane, del Forum Ambientalista, sottolinea quanto sia «vergognosa la mancata richiesta di essere ammessi come parti civili da parte del ministero dell’Ambiente, della Regione Calabria e del comune di Praia. Se la cittadinanza attiva è partecipe di questo procedimento, mancano invece le istituzioni interessate. Eppure siamo davanti ad una strage ambientale senza precedenti. Con noi ci sono anche Slai Cobas, Medicina Democratica, Wwf. E persino la Cgil. Lo dico sorridendo, perché in questa vicenda sinora è stata la grande assente». Fulvio Aurora, di Medicina Democratica, ricorda da parte sua che «l’esposizione a sostanze cancerogene e tossiche si è associata a un inquinamento all’esterno della fabbrica. Quindi non solo devono essere risarcite le vittime, ma pure i comuni. Ed è urgente effettuare una bonifica. In Calabria viene sempre imposto un diktat. Volete lavoro? C’è un prezzo da pagare: dovete perdere la salute. È arrivato il momento di cominciare a ragionare in modo diverso». Per l’avvocata Lisa Sorrentino, difensore dei parenti delle vittime della Marlane, bisogna soprattutto «cercare di dare voce a chi non ne ha avuta per tantissimo tempo. Ci sono responsabilità politiche precise, pesanti ed evidenti. Dal processo ci aspettiamo che emergano una volta per tutte». Se i giudici di Paola decideranno di arrivarci.
Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti – PAOLA (COSENZA)
“il manifesto” martedì 12 ottobre 2010

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