Il cut-up dell’Inquisizione

(23 novembre 2002, manifestazione per la liberazione dei militanti arrestati dalla procura di Cosenza) 
“Il linguaggio è un virus”. L’intuizione di William Burroughs entra nella aule dei tribunali e diventa strumento di tortura psicologica sul tavolo apparecchiato dalla Nuova Inquisizione.
Quindici luglio duemilatre: intontiti ed accaldati. A Trani, nelle celle del 41 bis dove ci avevano rinchiuso, faceva freddo. E quindi è mutato solo il clima, ad otto mesi esatti dall’incipit della tragicomica vicenda iniziata lo scorso 15 novembre con l’arresto di venti esponenti meridionali del movimento, accusati di associazione sovversiva, cospirazione politica ed una carriola di altri reati.
A Catanzaro, imbuto giudiziario di tante passate stagioni politiche, in una torrida metà di luglio, si ripropone il canovaccio dell’autunno precedente. Niente di nuovo.
Immaginarie situazioni inedite, e romanzeschi colpi di scena, vivono relegati nel recinto della locale stampa di destra e nelle fantasie di un pubblico ministero deciso, come Fantozzi o Di Pietro, ad andare fino in fondo.
Dopo aver ottenuto dalla Cassazione l’annullamento della prima sentenza di scarcerazione emessa dal tribunale della libertà, il dottor Fiordalisi si è presentato baldanzoso davanti al secondo collegio riformatosi a Catanzaro.
A Roma, aveva “vinto” grazie a quello che potrebbe apparire come un espediente, un vero e proprio trucco.
A mente fredda, invece, il principio del “giusto processo”, applicato dalla suprema corte nel motivare l’annullamento del primo riesame, deve assumere la dimensione di qualcosa di più pesante d’un semplice cavillo: la conferma, semmai, che questa inchiesta funziona come i carrelli trascinati dai camerieri durante le cerimonie nuziali. Le pietanze passano di tavolo in tavolo; e chi vuole può servirsi da solo, assecondando i propri gusti. Il carrello sparisce alla vista dei convitati solo per arricchirsi di qualche scarto appositamente rifilato dal cuoco che sovrintende le operazioni senza mai svelarsi alla vista degli ospiti.
Chissà mai a chi tornerà utile l’applicazione del principio del “giusto processo”? Quante sentenze potrebbero risultare nulle, se gli avvocati andassero a verificare le modalità di costituzione dei diversi collegi giudicanti e scoprissero che spesso non è il criterio della casualità tabellare a determinarne la formazione?
Quanti altri convitati occulti ancora dovranno banchettare con le ricette offerte di volta in volta dai cuochi dell’operazione “No global”?
In tribunale il pm Fiordalisi ha portato, nella metafora come nella realtà vera, un carrello trainato in aula dalla digos. Ha consegnato una nuova “memoria” a giudici ed avvocati, corredata da intercettazioni già ritenute illegittime nell’ambito di precedenti inchieste, vecchi indizi passati al frullatore, alcuni flash decontestualizzati ed estrapolati dal gorgo di Genova. E infine, pur di stupire tutti con effetti speciali, ecco le immagini dello stadio “Carlini” in cui si svolsero, davanti alle telecamere di mezzo mondo, le dimostrazioni di come sarebbe stato praticato il giorno successivo l’assedio della zona rossa: il plexiglas, gli scudi, la disobbedienza. Secondo Ros e pm, quelle erano prove di addestramento alla guerriglia. I frames incollati in appendice al fascicolo-memoria apparso il 15 luglio scorso, sono stati opportunamente epurati del marchio televisivo che recavano in basso a destra dello schermo. Si tratta, probabilmente, di riprese della Rai o di qualche altra grossa emittente, fatte passare per sequenze captate da una troupe della Digos all’interno del “Carlini”.
Tutto qui? Beh, in effetti sul piano ermeneutico ci sarebbe dell’altro. Perché le “memorie” consegnate dal pm, in realtà, segnalano uno spartiacque. Il Ros diviene spudoratamente apparato di controguerriglia comunicativa, che utilizza tattiche di soffocamento tecnologico e reazione scientifica, contro la disobbedienza e tutte le possibili forme di resistenza. In parole povere: carabinieri che ispirano le care vecchie barzellette e sparano sui ragazzi nei cortei, ma all’occorrenza riescono a fare anche letteratura! Ritagliano frammenti di esistenza, associano parole prive del seme originario, mitizzano loghi. Devono aver studiato Roland Barthes, Debord, ma soprattutto William Burroughs ed il suo cut-up, e poi ancora l’happening, gli attacchi psichici, il teatro di strada. Stanno imparando a copiarci! Lo sanno fare talmente bene, che non hanno più nemmeno il problema di occultare la sostanza politica del loro disegno, magari ammantandola con la patina tecnica del diritto.
Del resto, lo hanno scritto chiaramente nel nuovo fascicolo. In sintesi, suona più o meno così:
– è vietato cercare di impedire che i grandi della Terra si riuniscano; è proibito agire in termini comunicativi; qualsiasi tentativo di manifestare il dissenso è considerato cospirativo, indipendentemente dal grado di pubblicità delle lotte. Alla luce del sole, o nel buio della notte, la ribellione è un reato da punire con pene severissime.
In questo palese assalto semantico all’intelligenza sovversiva, le lancette della storia ricominciano a galoppare a ritroso. Nel salto all’indietro, scavalcano persino la rivoluzione francese, e ci riportano ad un passato torbido. Quando segreta era l’istruttoria e pubblico il supplizio.
Ora, non si tratta di voler agitare a tutti i costi suggestioni medievali. È la realtà effettuale: il capovolgimento semantico degli indizi, e la dilatazione dei tempi di un estenuante batti e ribatti tra difesa ed accusa sulla legittimità della custodia cautelare all’interno delle aule silenziose e vuote del riesame e della cassazione, non evocano forse il quattrocentesco principio della segretezza nella procedura penale? Il sapere ritorna dunque ad essere privilegio assoluto dell’accusa, nella misura in cui essa si avvale della possibilità di manipolare la semiotica degli indizi strappati all’indiziato.
Dopo l’oscuramento dell’istruttoria e l’eclissi delle fasi preliminari all’eventuale rinvio a giudizio, per l’Inquisizione rimane solo il problema di pubblicizzare il “supplizio”, consistente nella carcerazione. Un passaggio questo, che può apparire impossibile: nessuna detenzione potrebbe oggi essere trasparente, cioè visibile dall’esterno ed, in quanto tale, ostentabile. Ma se nella categoria del supplizio, alla privazione della libertà si sostituisce la sottrazione dell’identità, dovuta all’evidente spettacolarizzazione che accompagna quasi tutte le operazioni repressive condotte ai danni del movimento, allora il cerchio si chiude. Spetta ai media, in particolare a quelli amici dell’Inquisizione, il compito di spezzare il legame tra il recluso ed il proprio corpo, trascinandolo davanti allo sguardo incuriosito delle masse.
Segreta l’istruttoria, dunque, e pubblico il supplizio, come nel ‘400.
A novembre, il loro piano saltò grazie alla grande mobilitazione che impose a certi giudici un repentino dietrofront. Il tentativo di criminalizzare, distorcere, modellare, fu travolto da quell’ondata di umanità.
Adesso, l’Inquisizione ci riprova. Foucault avrebbe forse riscontrato il carattere referenziale, la volontà di ribadire la legittimità del potere, che informano l’intera ordinanza a carico del sud ribelle. Sembra quasi di vederli, questi giovani carabinieri-scienziati che, riuniti intorno ad un tavolo triangolare sormontato da un monitor, teorizzano le risposte da dare al movimento.
Noi mettiamo in discussione la legalità e la legittimità di un’entità come il G8.
Loro rispondono che non è vero, perché quei capi di Stato sono stati “democraticamente eletti”.
Noi sosteniamo che il reato stesso di “cospirazione politica” è superato dai fatti e dalla storia.
Loro, nell’ordinanza firmata Fiordalisi, ribattono scomodando filosofi del diritto, che ribadiscono l’attualità della cospirazione e l’ineluttabile necessità che nei regimi democratici essa si manifesti “alla luce del sole”.
Insomma, un duello di significanti, condotto sul filo della significanza e di una privazione di senso che mira a distrarci, per condurre il movimento su un terreno distante dalle lotte d’autunno. “Quando l’intero paradigma del lavoro è mutato, quando il lavoro costituisce una totalità di conoscenza supportata e messa in produzione dall’intellettualità di massa, allora il controllo politico viene esercitato attraverso la guerra. La guerra (e solo la guerra) è allora la forma di controllo esercitata dal capitale parassitario, è la crisi che diviene dispositivo di ordine capitalistico”. Dopo la disciplina, il controllo, la guerra, ovvero la controguerriglia comunicativa. La sfida è aperta.
Claudio Dionesalvi
Comunarda, n° 6  novembre 2003

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