Sila, l’elefante del Cecita svelerebbe il mistero del “megalite” di Campana

Il ritrovamento dei fossili di Elephas Antiquus nel lago Cecita conferma l’esistenza di questi animali in tempi remoti sull’altopiano e rafforza le tesi dell’architetto Domenico Canino sul megalite di Campana: “Se i popoli italici della fine del Paleolitico hanno davvero scolpito l’elefante, saremmo di fronte alla statua di grandi dimensioni più antica sul pianeta Terra!” Un tempo la Sila era una savana. Sarebbe stata abitata anche da tigri e leoni preistorici. E persino da grandi pinguini. Intervista.
 
In Sila, sulle sponde del lago Cecita, di recente sono stati rinvenuti i resti fossili di un Elephas Antiquus. A pochi chilometri c’è una formazione, la roccia dell’Incavallicata, conosciuta come “l’elefante di Campana”. È solo una coincidenza? Architetto Canino, in un suo libro, pubblicato da Falco Editore, lei spiega che non sarebbe opera della natura e che saremmo di fronte al monumento più antico d’Europa. Potrebbe esporre in sintesi i risultati dei suoi studi?
Sono 15 anni, cioè dal 2002, che affermo che l’elefante di Campana, ossia un megalite di 5,80 metri di altezza, sito in contrada Incavallicata di Campana, raffigura un Elephas Antiquus, perché la zanna scolpita nella pietra è quasi dritta e leggermente ricurva verso il basso, esattamente come è in questa antica specie. Il fatto che di recente abbiano trovato un Elephas Antiquus fossile sulle rive del Cecita, conferma la mia teoria. Tanto più che il fossile è alto al garrese circa quattro metri e con le zanne lunghe circa tre metri. Quasi il gemello di quello di Campana, direi. La distanza in linea d’aria tra le sponde del Cecita e l’elefante di pietra di Campana è di pochi chilometri. La popolazione preistorica che l’ha scolpito conosceva gli elefanti antichi perché ci viveva insieme e ne conosceva perfettamente l’anatomia. Se questi popoli italici della fine del Paleolitico, hanno davvero scolpito l’elefante di Campana, saremmo di fronte alla statua di grandi dimensioni più antica sul pianeta terra! Per questo mi batto con forza da 15 anni per ottenere dei rilievi scientifici ed una campagna di studi. Perché cambierebbe la storia del mondo, non solo quella della Calabria. Ora spero che questa scoperta sul Cecita acceleri gli studi.

Però autorevoli paleontologi, archeologi e altri esperti non sono d’accordo con la sua tesi. Per esempio, lo studioso di criptozoologia Lorenzo Rossi fa notare che all’epoca della presunta realizzazione della statua di Campana, questi cugini degli elefanti erano ormai estinti da millenni, quindi per gli uomini preistorici non avrebbero potuto costituire un modello da scolpire. Inoltre non esisterebbero segni di scalpelli o di altri interventi umani su quelle pietre, e sarebbero alterate le proporzioni. Insomma, a parere di Rossi saremmo in presenza di un fenomeno di pareidolia: un’illusione che ci spinge a identificare come oggetti a noi noti, figure casuali; qualcosa di simile a quel che accade quando osserviamo le nuvole in cielo e ci sembra di riconoscere qualcuno o qualcosa. Lei cosa risponde?
Sul fatto che gli uomini preistorici non avessero un modello da scolpire, mi viene da ridere, perché basta fare una passeggiata sulle rive del lago Cecita. Molti sono gli studiosi che affermano che le Pietre dell’Incavallicata sono pareidolie. Il punto è che le intemperie e il tempo hanno cancellato molti particolari delle statue, rendendole meno riconoscibili a occhi non esperti. Infatti, c’è solo una zanna e un solo occhio sul lato sinistro, e dall’altra parte c’è una forte cavità quindi questi particolari non ci sono. Ma davanti c’è un testa con due orecchie, sinistra e destra, una proboscide che è un gioiello di modellazione scultorea su pietra. Gli scultori da me consultati affermano che c’è stata sulla proboscide incisione, modellazione, stondatura e levigatura della pietra. Ma la cosa più importante che toglie ogni dubbio è che l’elefante ha tutte e quattro le zampe emicilindriche ben modellate e visibili, due per lato. Due sul lato sinistro e due sul lato destro. La zampa posteriore sinistra è ritratta in flessione, cioè l’elefante sta camminando! E nessun vento scolpisce in simmetria. Chiunque può andare sul luogo e verificare ciò che affermo. Penso che gli artisti scultori siano gli esperti più adatti al riconoscimento del caratteri stilistici dei megaliti dell’Incavallicata; sanno per esperienza diretta quanta fatica costa riuscire a realizzare questo tipo di manufatti.
Le perizie effettuate dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici attestano che le pietre di Campana sono state modellate dagli agenti atmosferici, soprattutto dal vento. In proposito, il grande giornalista Riccardo Giacoia, commentando i risultati delle perizie, ironizzò affermando che la Sila è accarezzata da anomali “venti michelangioleschi”. Aveva ragione Giacoia?
Sì, “venti michelangioleschi”, disse con ironia, Riccardo Giacoia. La Soprintendenza archeologica della Calabria, in 15 anni di segnalazioni da parte mia e da parte dell’amministrazione comunale di Campana, non ha mai fatto un sopralluogo ufficiale. Dunque non si sono pareri. Ora, dopo il ritrovamento dell’Elephas Antiquus a Cecita, mi auguro che il nuovo soprintendente da poco nominato, dott. Mario Pagano, un sopralluogo ai megaliti vorrà farlo. Me lo auguro di cuore.
I reperti dell’elefante del Cecita sono stati interamente dissepolti oppure in gran parte rimangono ancora sotto terra?
La direttrice dello scavo, dottoressa Giovanna Verbicaro, ha rivelato che hanno fatto in tempo e prelevare le zanne, la testa e la parte anteriore dello scheletro, il resto è ancora sotto terra, anzi ormai sott’acqua. Lo scavo è stato sospeso perché sono cominciate le piogge, riprenderà la prossima estate.

A quando risalirebbero? Quali strumenti sono stati utilizzati per datarli? È davvero attendibile la datazione al carbonio 14?
Lo studio e la datazione dei fossili è stata affidata all’Università del Molise, che ne curerà anche il restauro, prima di restituirlo alla comunità silana. La dottoressa Antonella Minelli dell’ateneo molisano, ha parlato di un range temporale tra gli 800mila e i 40mila anni fa. Ma se ne saprà di più dopo le analisi. Il carbonio 14 può dare un’idea di massima, ma non decisiva. Decisivi per me saranno ulteriori scavi sul Cecita, dove oltre ai fossili di elefanti si potranno trovare resti umani e di altri animali e utensili, armi e manufatti che potranno dire molto di più sul contesto storico del ritrovamento. Se vicino ai fossili dell’Elephas Antiquus si troveranno le amigdale, le frecce di selce o  gioielli scolpiti in avorio di elefante, la datazione sarà più semplice.
Dai libri di geografia apprendiamo che il Cecita è un lago artificiale, ma è possibile che migliaia di anni fa fosse d’origine naturale?
Certo, c’era un paleolago sul Cecita in epoca antica, molti millenni prima del bacino artificiale realizzato nel 1927. Chissà quanti tesori nasconde questo bacino!
In Sila, nel tempo in cui visse l’elefante, faceva caldo o freddo?
L’Elephas Antiquus era una specie da clima caldo. Dunque il clima era diverso, lì dove oggi ci sono foreste di conifere un tempo c’era una savana con arbusti e distese d’erba. Era una Sila molto diversa. E questo cambia l’immaginario collettivo della Sila: non più briganti, pini e lupi, ma elefanti, savane, uomini del paleolitico, una feroce e primordiale lotta per la sopravvivenza. Quegli uomini cacciavano e mangiavano gli elefanti, e usavano l’avorio delle zanne per realizzare utensili e gioielli. Uno scenario davvero affascinante.
Pare siano state trovate anche tracce di un insediamento longobardo. Quali popoli abitarono stabilmente sull’altopiano?
Sono stati trovati degli Scramasax longobardi, specie di coltellacci larghi, usati dall’esercito longobardo intorno al 660 d.C. E anche delle piccole fonderie per produrli, dei crogiuoli. Perché la Sila era anche ricca di minerali e di miniere per estrarli.
E quali altre specie animali vivevano lassù?
Penso che insieme all’Elephas Antiquus potrà essere ritrovata tutta la fauna coeva, e dunque anche tigri e leoni preistorici e pure i pinguini, sebbene molto più grandi, come quello trovato sullo stretto di Messina.
Cosa rimane ancora da scoprire sull’altopiano della Sila?
Tantissimo, per esempio tracce del popolo italico dei SILERAIOI, antico popolo che abitava la Sila nel 356 a.C. e che combatteva da mercenario per conto dei tiranni coloniali siciliani, da cui veniva pagato con monete coniate apposta con il loro nome etnico. Su queste monete è scritto in greco SILERAIOI, che era il nome del popolo, e SILA, che era il toponimo. Ma questa è un’altra storia…
Claudio Dionesalvi
(grazie a Francesca Canino)
Domenico Canino nasce a Cosenza, frequenta il Liceo Scientifico “Fermi” ai tempi del preside Luigi De Franco e si laurea in architettura all’Università di Napoli. Appassionato di archeologia dall’adolescenza, partecipa come giovanissimo visitatore agli scavi di Sibari. Approfondisce gli studi sulla storia e sull’archeologia calabrese e nel 2002 porta alla ribalta l’Elefante di Campana, attirando in Calabria i media nazionali. Quasi contemporaneamente si interessa dei reperti di Girifalco e inizia uno studio approfondito della lingua sumera. Ha pubbliato il libro “Le pietre dell’Incavallicata” e numerosissimi articoli sui giornali. L’estate scorsa, ha curato settimanalmente per” Il Quotidiano del Sud” due appuntamenti fissi: Quattro passi nell’archeologia e All’origine delle Parole.

Una civiltà tutta da scoprire

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