“Noi punk avevamo capito tutto”

Marco Philopat. Sottotitolo: agitatore culturale. Dell’esperienza degli anni settanta, che cosa ci può servire e cosa dovremmo mettere in un baule? Quali delle odierne controculture la incarnano?
“Dopo lo scoppio della grande bolla speculativa legata alla globalizzazione informatica dei mercati finanziari, credo si sia esaurita la fase di ascesa del sistema liberista che aveva dominato per i vent’anni precedenti. Per restare a galla è stato necessario porre al vertice una criminale amministrazione neoconservatrice e guerrafondaia… Le giornate di Genova rappresentarono la dichiarazione di guerra… Da una parte l’esercito imperiale, dall’altra il resto del mondo unito da nord a sud, da est a ovest. Voglio ricordare che la prima manifestazione del G8 fu quella dei migranti. L’esito di questo inizio di ricomposizione tra sfruttati del primo e del terzo mondo, peraltro già anticipato a Seattle nel 1999, fu l’omicidio di Carlo Giuliani poche settimane prima di un altro omicidio, quello di Massud, anticamera dell’undici di settembre, Bolzaneto invece fu una piccola Guantanamo, un Abu Ghraib di provincia… Tuttora le notizie scoppiano allo stesso ritmo sincopato del rullante di Bambi, mitico batterista del gruppo punk più violento degli anni Ottanta, i Discharge. Ecco! Un bel disco dei Discharge… Ecco, cosa ci metterei nel baule buttando via tutta la soporifera prosopopea ideologica degli anni Settanta… Non si può rispondere colpo su colpo, rincorrere la notizia proponendo indicazioni dall’alto… È semplicemente impossibile… Bisogna comprendere che il Muro di Berlino è crollato sulla capoccia del sole dell’avvenire… Noi punk che gridavamo il “No future”, nella nostra ingenuità l’avevamo capito! I nostri padri venivano proprio in quel momento licenziati dalle grandi fabbriche, un ciclo di lotte operaie era al tramonto, altroché sol dell’avvenir… Il “No future” era un urlo disperato, eppure riuscì ad aggregare centinaia di migliaia di giovani emarginati. Uno slogan provocatorio, cattivo e grintoso, ribellistico e senza alcun riferimento ideologico… Si saliva su un palco e s’inneggiava al dissenso, si urlava, ci si disegnava i nostri simboli sui giubbotti sulle magliette fino a inciderci la pelle, si lottava spasmodicamente nell’arena della comunicazione… Ci avevano preceduto gli Indiani Metropolitani, le bande di ragazzi di strada chiamati “autonomi”, tipo quelli della Banda Bellini e infine gli scappati di casa e i “Capelloni” di “Mondo Beat”… Queste esperienze hanno rappresentato anelli di congiunzione tra il centro cittadino e la periferia… Il centro, più volte assaltato dai beat, dagli autonomi e dai punk… E la periferia, il luogo dove ognuno di questi era nato e cresciuto. Preziosi anelli di congiunzione sulla frontiera del villaggio globale che rivendicarono il proprio diritto alla felicità…
Non so quali siano le odierne espressioni della controcultura ma sicuramente nasceranno lontano dai centri direzionali e dai salotti dello shopping che invece subiranno altri fantastici assalti…”
Tu scegliesti il punk. Ma intorno a voi vivevano tante altre tribù. Con gli hippy, per esempio, non andavate d’accordo. Come ripensi oggi a quelle “chiusure”?
“Con gli hippy andavamo d’accordo, per esempio lo spazio Virus era punk, ma la casa occupata adiacente era una grande comunità urbana di hippy e punk, persino armoniosa… Le chiusure le subimmo noi a suon di mazzate in quanto non “inquadrati” e pure vestiti di nero…”
L’Italia è storicamente un paese importatore dei linguaggi della contestazione: il rock, i movimenti, le sottoculture giovanili si sono manifestati prima in America, Francia ed Inghilterra. Esiste una motivazione fondamentale di questo ritardo?
“Beh… Forse ha ragione Melchiorre Gerbino, la colpa è tutta del Vaticano che tiene il popolo italiano nell’ignoranza… Probabilmente ci saranno tantissime altre ragioni storiche e geografiche di questo isolamento a partire, non so… dall’arco alpino… in ogni caso i linguaggi della contestazione hanno avuto uno sviluppo esplosivo e particolarmente originale qui in Italia”.
La tua esperienza artistica è ascrivibile al filone di Nanni Balestrini. Il racconto orale diviene letteratura, stravolgendo anche le forme sintattiche convenzionali della scrittura creativa. Una cifra stilistica, un ossequio all’avanguardia, una scelta politica.  Come si crea dentro di te la sinergia tra questi elementi?
“Ho iniziato a scrivere sulle punkzine dove facevo delle sperimentazioni di letteratura creativa mentre mi passavo le ore su “Frigidaire” e sui libri di Burroughs, poi ho conosciuto Primo Moroni nei tempi in cui lavorava su “l’Orda d’oro” con Nanni, e lì ho imparato le tecniche di trascrizione creativa del racconto orale… Infine sono sempre stato un appassionato della politica intesa come terreno privilegiato della comunicazione… Le sinergie sono nate su questo percorso”.
L’esperienza della Shake dimostra che è possibile restare dignitosamente a galla nel mare dell’editoria, mantenendosi autonomi, vivi e innovativi. Come avete fatto a resistere restando quello che siete?
“Non lo so… Non ho idea…”
Il tuo ultimo lavoro, “I viaggi di Mel”, rappresenta realmente la chiusura di una trilogia, oppure possiamo sperare in un romanzo ambientato nella generazione di Seattle e Genova?
“La trilogia è un termine per collocare tre decenni percorsi all’indietro, ora mi piacerebbe guardare un po’ in avanti e studiare quello che avvenne dopo il 1984, ma vorrei lavorare anche su una bizzarra e psycho-smog-militante storia di Milano…”
Claudio Dionesalvi
Il Quotidiano, 1 febbraio 2005

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